Brevi note a margine del “caso Cappato”

art. 3: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge

Nel presente contributo si intende dare contezza dell’opzione, effettuata dalla I Corte d’Assise di Milano, di rimettere alla Corte costituzionale gli atti del processo a carico di Marco Cappato, nell’ambito della nota vicenda relativa alla morte di Fabiano Antoniani “Fabo”, cercando di riflettere sulle motivazioni poste alla base della decisione attraverso l’indicazione dei parametri costituzionali che si assumono violati, rimandando per quanto attiene ai fatti e ad altri commenti alla bibliografia.

Nel caso di specie, la Corte ha inteso sollevare questione di legittimità costituzionale relativamente all’art. 580 c.p. nella parte in cui – si legge nel dispositivo – incrimina le condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle condotte di istigazione e, quindi, a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito di suicidio, per ritenuto contrasto con gli artt. 3, 13, I comma e 117 della Costituzione in relazione agli artt. 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e – ancora – nella parte in cui prevede che le condotte di agevolazione dell’esecuzione del suicidio, che non incidano sul percorso deliberativo dell’aspirante suicida, siano sanzionabili con la pena della reclusione da 5 a 12 anni, senza distinzione rispetto alle condotte di istigazione, per ritenuto contrasto con gli artt. 3, 13, 25, II comma e 27, III comma della Costituzione.

In merito al primo aspetto, l’ordinanza – che cita giurisprudenza interna e della Corte EDU – afferma che l’esegesi della norma in questione va condotta sulla base degli stessi principi che, di recente, hanno ispirato la Legge n. 219/2017 relativa alle disposizioni anticipate di trattamento, riconoscendo che sia ineludibile il diritto di ciascuno di autodeterminarsi, anche in ordine alla fine della propria esistenza. La possibilità per ciascun individuo di disporre anticipatamente in ordine ai trattamenti sanitari cui essere sottoposto, ma anche e soprattutto di rifiutare le cure, e finanche le cure finalizzate a prolungare la vita in stato di malattia (come l’idratazione o l’alimentazione artificiale) è il portato della sempre più diffusa convinzione che, nella materia di cui si tratta, stella polare di ogni decisione debba essere la volontà del soggetto, nel caso in cui sia possibile stabilirla (e proprio quest’ultimo punto rimane il più “traballante” della pronuncia Englaro). Quanto detto porta i giudici milanesi a ritenere «sanzionabili ai sensi dell’art. 580 c.p. solo le condotte che “in qualsiasi modo” abbiano alterato il percorso psichico del soggetto passivo, impedendogli di addivenire in modo consapevole e ponderato a tale scelta [quella suicidiaria] (che, lo si ribadisce, rappresenta l’espressione più radicale, ma anche la più significativa della libertà dell’individuo). L’ordinanza richiama poi il secondo comma dell’articolo in esame, che prevede come aggravante il fatto che la persona istigata o aiutata abbia meno di 18 anni o sia inferma di mente, o versi in condizioni di deficienza psichica per altra malattia o per abuso di sostanze, sostenendo che «anche ciò rivela come il focus della norma sia la tutela della libertà e consapevolezza della decisione del soggetto passivo». «Il riconoscimento del diritto di ciascun individuo di autodeterminarsi anche su quando e come porre fine alla propria esistenza – si legge – rende ingiustificata la sanzione penale nel caso in cui le condotte di partecipazione al suicidio siano state di mera attuazione di quanto richiesto da chi aveva fatto la sua scelta liberamente e consapevolmente». La condotta dell’imputato, nel caso in esame, si sarebbe limitata al trasporto in auto della persona nel luogo in cui dare esecuzione alle sue ultime volontà, senza peraltro configurarsi propriamente come suicidio assistito, la cui definizione comprende quelle condotte atte ad aiutare il soggetto a realizzare il suicidio (ad esempio, fornendogli i medicinali necessari) e che rimane vietato nell’ordinamento italiano (la recente Legge n. 219/2017 ha ribadito all’art. 1 che non è possibile chiedere al medico trattamenti contrari a norme di legge o alla deontologia professionale). Il confine, si comprende, è labile.

Sotto questo profilo, dunque, la Corte solleva la questione di costituzionalità indicando i parametri costituzionali che ritiene violati (sopra richiamati). Sul punto in particolare, una prima dottrina (Gianello) è attenta nel rilevare come non venga richiamato, tra gli altri, l’art. 32 della Costituzione, relativo al diritto alla salute: il commento sostiene che «è come se i giudici avessero optato per la formulazione di un petitum genericamente improntato all’esaltazione dell’autodeterminazione indipendentemente dalla sua connessione con la precipua condizione medica di chi abbia individualmente deciso di suicidarsi. Non vi è riferimento all’impossibilità pratica del gesto, né alle motivazioni di natura umanitaria che dovrebbero spingere un soggetto terzo ad agevolare la realizzazione dell’intento suicidiario, ma solo all’ingiustificata parificazione di condotte diverse sul piano della determinazione altrui». È evidente che tale omissione potrebbe condizionare il giudizio della Corte costituzionale (chiamata a giudicare su quanto – oggetto e parametri – portato dal giudice rimettente alla sua attenzione), conducendo in ipotesi all’emissione di una sentenza di rigetto.

Un altro commento (D’Amico), precedente il dibattimento e aderente a quanto chiesto dalla Procura della Repubblica e dalla difesa di Cappato (assolvere e, in subordine, sollevare questione di legittimità costituzionale), sostiene però che, nell’inerzia del legislatore in materia, non sia procrastinabile l’intervento del giudice delle leggi: sulla base delle norme costituzionali la scelta di vedere eseguite le proprie volontà, anche nel proposito di porre fine alla propria vita, «deve essere garantita anche a chi, per menomazioni fisiche, non è capace di provvedervi in modo autonomo». A sostegno di questa lettura sono fondamentali le acquisizioni della sentenza della Cassazione relativa al noto caso Englaro, secondo cui il diritto alla salute «come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire» (Cass. civ. sez. I, sent. 16 ottobre 2007, n. 21748). «Si è consapevoli – prosegue il commento – della differenza tra l’ipotesi del rifiuto delle cure e della richiesta di agevolazione del suicidio; tuttavia, sembra che anche in questo secondo caso il principio personalista [che permea il testo costituzionale e ora l’intera materia] assuma un rilievo inconfutabile, non potendosi pretermettere completamente il diritto di ogni individuo di poter scegliere in ordine alla fine della propria esistenza, quando eccezionali condizioni oggettive rendono quest’ultima non più degna». Anzi, a questo punto affiorerebbero disparità di trattamento tra chi scelga di interrompere un trattamento sanitario, financo trovandosi in uno stato vegetativo permanente, rifiutando le cure eventualmente attraverso il proprio tutore o curatore speciale, e chi versi nelle condizioni di “Fabo” e non possa autonomamente eseguire il proprio proposito. Di più: si afferma che la ricerca di una tutela della libertà di scelta nei casi in esame si traduce di fatto nel fenomeno dei “viaggi” verso ordinamenti in cui la morte dignitosa è consentita: sotto questo profilo, l’art. 3 Cost. potrebbe invece essere violato considerando le discriminazioni di tipo economico tra soggetti che possono sostenere le spese relative a viaggi e procedure e coloro che versano in stato di indigenza. Conclude D’Amico arrivando ad affermare che, posta la non punibilità di colui che si attiva per agevolare l’esecuzione della scelta liberamente assunta di porre fine alla propria esistenza, «anche l’art. 25 della Costituzione appare violato dal momento che la sanzione penale, in questa eccezionale ipotesi, sarebbe utilizzata non per reprimere un comportamento che lede o mette in pericolo un bene giuridico ma, al contrario, che è posto in essere per agevolare l’esercizio di una libertà costituzionale».

Nel delineare una conclusione, sono opportune alcune osservazioni. La materia di cui si tratta è certamente delicata, e non ammette l’esaustività del pensiero in pochi passaggi; inoltre, è innegabile che le considerazioni svolte – di natura esclusivamente giuridica – chiamano in causa argomenti religiosi, etici e di politica criminale sui quali tutte le opinioni sono ammesse al dibattito. Eppure, nel caso specifico, si tratta pur sempre di una vicenda processuale che come tale – presto o tardi – impone una conclusione e auspica che non si ripresentino situazioni di incertezza simile. Vedremo se e con quale tipo di decisione la Corte costituzionale indicherà una nuova via interpretativa o solleciterà il legislatore.

Autore: Pietro Piccaluga

Bibliografia:

-Corte d’Assise di Milano, ord. 14 febbraio 2018, Pres. Mannucci Pacini, Giud. Simi De Burgis, Imp. Cappato;

-M. Forconi, La Corte d’Assise di Milano nel caso Cappato: sollevata questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., in www.penalecontemporaneo.it;

M. D’Amico, Sulla (il)legittimità costituzionale della norma penale che incrimina l’istigazione al suicidio: alcune considerazioni critiche a margine del caso Cappato, in Giurisprudenza Penale Web, 2017, 11 (cui si rinvia per ulteriori documenti e memorie del processo);

S. Gianello, La strada impervia del giudizio incidentale. Nota all’ordinanza di rimessione nel “processo Cappato”, in www.diritticomparati.it.