Processo penale e media: la presunzione di non colpevolezza al tempo dei talk show

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  1. Premessa

Le vicende giudiziarie hanno assunto un ruolo sempre più importante nella cronaca italiana: a fronte del crescente interesse dell’opinione pubblica, i procedimenti penali hanno trovato spazio nei nuovi canali di trasmissione delle informazioni, quali i programmi televisivi dedicati alla cronaca giudiziaria, fra cui i talk show, i siti internet e i social network, tanto che si parla di “processo mediatico”. Tale espressione si riferisce alla circostanza che vengono affrontati nel dettaglio e ampiamente discussi casi giudiziari di particolare gravità, anche attraverso l’analisi degli elementi di prova a carico degli indagati, quasi a voler celebrare, anzitempo e in una sede inappropriata, il processo; per esemplificare tale fenomeno, si pensi al clamore suscitato dalla vicenda relativa all’omicidio di Yara Gambirasio, di cui persino la sentenza di primo grado ne sottolinea gli effetti negativi per il processo (Corte d’Assise di Bergamo, 1 luglio 2016, in Diritto penale contemporaneo, 5 ottobre 2016).

Sul punto entrano in gioco interessi differenti: da un lato, il principio di presunzione di non colpevolezza sancito dall’art. 27, comma secondo, della Costituzione, secondo cui l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, la tutela del diritto di difesa, della reputazione e della vita privata delle persone sottoposte ad indagini le cui vicissitudini vengono dibattute pubblicamente con il rischio di creare fenomeni degenerativi, infine, la salvaguardia dell’imparzialità e della “verginità cognitiva del giudice”[1] che potrebbe subire dei condizionamenti. Dall’altro lato, vengono in rilievo la libertà di espressione e di cronaca, tutelate dall’art. 21 Cost., il diritto del pubblico ad essere informato, a cui corrisponde il dovere di informazione da parte degli organi di stampa, e la necessità della “pubblicità” del processo penale, quale forma di controllo del potere giudiziario.

La questione è stata esaminata, come si vedrà in seguito, sia dalla Corte di Cassazione sia dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, particolarmente attenta al ruolo determinante della stampa come “quarto potere” e come “cane da guardia della democrazia”, secondo le parole della Corte stessa [2].

 

  1. La disciplina codicistica del segreto investigativo

Strettamente collegato al diritto di cronaca giudiziaria è il tema della tutela del segreto investigativo, declinato sia nella forma c.d. interna sia in quella c.d. esterna: con la prima nozione si intende il segreto che copre gli atti di indagine fino a quando non siano conoscibili dall’indagato e dal suo difensore e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari; il segreto esterno riguarda, invece, la possibilità di limitare la conoscenza di atti per cui il segreto interno sia già venuto meno, al fine di tutelare interessi quali il libero convincimento del giudice, la presunzione di non colpevolezza e la reputazione dell’imputato.

In merito alla tutela del segreto interno, il legislatore ha previsto i divieti di rivelazione e pubblicazione di cui agli artt. 114 e 329 c.p.p. Quanto alla rivelazione, il primo comma dell’art. 329 c.p.p. stabilisce che “gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari”.

Inoltre, ai sensi dell’art. 329, terzo comma, lett. a), “anche quando gli atti non sono più coperti dal segreto a norma del comma 1, il pubblico ministero, in caso di necessità per la prosecuzione delle indagini, può disporre con decreto motivato l’obbligo del segreto per singoli atti, quando l’imputato lo consente o quando la conoscenza dell’atto può ostacolare le indagini riguardanti altre persone”. Infine, l’art. 391 quinquies, comma primo, c.p.p. sancisce che “se sussistono specifiche esigenze attinenti all’attività di indagine, il pubblico ministero può, con decreto motivato, vietare alle persone sentite di comunicare i fatti e le circostanze oggetto dell’indagine di cui hanno conoscenza”. Preme sottolineare che queste due forme attraverso cui si sostanzia il potere di segretazione del pubblico ministero vanno tenute distinte: la prima colpisce singoli atti per i quali il segreto sarebbe già venuto meno, mentre la seconda riguarda atti ancora segreti per i quali la segretazione viene estesa ai contenuti [3].

A tali divieti corrispondono i reati previsti agli artt. 326 e 379 bis c.p., che sanzionano rispettivamente la rivelazione e l’utilizzazione del segreto d’ufficio e la rivelazione di segreti inerenti a un procedimento penale. La prima fattispecie incriminatrice punisce “il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza”. La seconda punisce “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui apprese per avere partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso” e “la persona che, dopo aver rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva il divieto imposto dal pubblico ministero ai sensi dell’articolo 391 quinquies del codice di procedura penale”.

In merito invece alla pubblicazione degli atti, occorre sottolineare come il divieto in questo caso sia di portata addirittura più ampia: infatti, l’art. 114, comma primo, c.p.p. prevede che “è vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, con il mezzo della stampa o con altro mezzo di diffusione, degli atti coperti dal segreto o anche solo del loro contenuto”. Per quanto riguarda gli atti coperti dal segreto, è vietata la pubblicazione dei contenuti ed è possibile solamente riportare la notizia che un determinato atto è stato compiuto. A tale norma processuale si rifà la fattispecie di cui all’art. 684 c.p. che sanziona “chiunque pubblica in tutto o in parte, anche per riassunto o a guisa di informazione, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione”.

Per quanto attiene alla tutela del segreto esterno, occorre far riferimento ai commi secondo, terzo e settimo dell’art. 114 c.p.p. Nello specifico, è vietata la pubblicazione, anche parziale, degli atti non più coperti dal segreto investigativo fino a che non siano concluse le indagini preliminari o sia terminata l’udienza preliminare e degli atti che, una volta esercitata l’azione penale, non siano confluiti nel fascicolo del dibattimento ma siano rimasti nel fascicolo del pubblico ministero; tuttavia, è consentita la pubblicazione del loro contenuto. Nell’art. 684 c.p. può essere rinvenuta la fattispecie incriminatrice volta a colpire chi viola tali divieti di pubblicazione, benché la formulazione letterale della norma non sembri coincidere del tutto con la disciplina processuale.

 

  1. Orientamenti giurisprudenziali a livello europeo e nazionale: alcune pronunce

Si è già accennato alla compresenza in tema di giustizia penale e informazione giudiziaria di posizioni differenti: l’una attenta al profilo dell’indagato o imputato, il quale ha diritto a che la sua causa sia discussa pubblicamente – intendendosi, in tale caso, la pubblicità come espressione del principio del giusto processo – nel rispetto della sua vita familiare e privata, anche in modo da non pregiudicare l’imparzialità della magistratura; l’altra relativa, invece, alla libertà di informazione e al diritto di essere informati circa i procedimenti penali in corso.

Della tematica si è occupata la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, in quanto nell’ambito della omonima Convenzione convivono le posizioni giuridiche sopra richiamate. Infatti, all’art. 6 è stabilito il diritto ad un equo processo, all’art. 8 il diritto al rispetto alla vita privata e familiare e all’art. 10 la libertà d’espressione che incontra dei limiti, come previsto dal secondo paragrafo della norma: “l’esercizio di queste libertà, poiché comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto alle formalità, condizioni, restrizioni o sanzioni che sono previste dalla legge e che costituiscono misure necessarie, in una società democratica, alla sicurezza nazionale, all’integrità territoriale o alla pubblica sicurezza, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, alla protezione della reputazione o dei diritti altrui, per impedire la divulgazione di informazioni riservate o per garantire l’autorità e l’imparzialità del potere giudiziario”.

La decisione Craxi c. Italia (C. Edu, 17 luglio 2003) offre un esempio del bilanciamento operato dalla Corte europea. Durante un’udienza del processo a carico del ricorrente, esponente politico accusato di corruzione, il pubblico ministero aveva prodotto copia delle conversazioni telefoniche dell’imputato che erano state intercettate e ne aveva dato lettura in aula; benché il giudice di merito avesse stabilito di non utilizzare tali intercettazioni telefoniche ai fini della decisione, alcune di queste erano state, in seguito, pubblicate dalla stampa. Il ricorrente lamentava, dunque, la violazione dell’art. 8 CEDU in quanto il pubblico ministero non avrebbe dovuto produrre i verbali delle intercettazioni. La Corte accoglieva la doglianza, precisando che la violazione della privacy non era stata causata direttamente dal comportamento del pubblico ministero, e affermava la necessità che lo Stato italiano garantisse la riservatezza dei singoli, non solo astenendosi da interferire nella loro vita, ma compiendo azioni positive, come la predisposizione di una normativa più adeguata e l’attivazione di un’indagine in caso di divulgazione indebita di informazioni. Preme segnalare che la decisione non veniva presa all’unanimità per via della parziale dissenting opinion del giudice italiano Vladimiro Zagrebelsky.

La Corte ha avuto modo di occuparsi anche di un altro aspetto del tema, ovvero la funzione svolta dagli organi di informazione e i limiti che il diritto di cronaca può incontrare. Come affermato nella pronuncia Goodwin c. Regno Unito (C. Edu, 27 marzo 1996), la stampa riveste il ruolo di “cane da guardia della democrazia”, un ruolo che i giudici di Strasburgo hanno provveduto a delimitare sin dalla pronuncia Sunday Times c. Regno Unito (C. Edu, 26 aprile 1979), in particolare prevedendo che i mezzi di comunicazione non debbano interferire con l’amministrazione della giustizia, da ritenersi comprensiva del principio di presunzione di innocenza nella sua più ampia accezione, ovvero non solo come garanzia processuale, ma anche come vero e proprio diritto della personalità a non essere presentato come colpevole prima che la penale responsabilità sia stata accertata.

Sul punto, si segnala la sentenza Travaglio c. Italia (C. Edu, 24 gennaio 2017), in cui il ricorrente era il noto giornalista italiano, condannato per diffamazione per aver pubblicato un articolo in cui lasciava intendere che alla trattativa Stato-mafia degli anni 1993 e 1994 avesse partecipato anche tale “Onorevole P.”, il quale l’aveva querelato, ritenendo che il contributo del giornalista avesse infangato la sua reputazione. Il giornalista adiva la Corte Europea lamentando che la sua condanna per diffamazione costituiva violazione della sua libertà di espressione, tutelata dall’art. 10 della Convenzione. Nel respingere il ricorso i giudici sottolineavano che “benché la stampa giochi un ruolo essenziale in una società democratica, e abbia il dovere di comunicare informazioni e idee su qualsiasi questione di interesse pubblico (si veda, tra molti precedenti, Bladet Tromsø e Stensaas c. Norvegia [GC], n. 21980/93, § 62, CEDU 1999 III), i giornalisti sono comunque soggetti a obblighi e responsabilità. La tutela accordata ai giornalisti dall’articolo 10 della Convenzione è infatti subordinata alla condizione che essi agiscano in buona fede, per fornire informazioni accurate e affidabili, in conformità ai principi del giornalismo responsabile, che rinvia principalmente al contenuto raccolto e/o divulgato mediante mezzi giornalistici (Pentikäinen c. Finlandia [GC], n. 11882/10, § 90, CEDU 2015 e i ricorsi ivi citati)”. Concludevano che i giudici nazionali avevano individuato “un giusto equilibrio tra i diritti contrapposti”, fornendo “motivi sufficienti e pertinenti per giustificare la necessità dell’ingerenza nella libertà di espressione del ricorrente”.

A livello nazionale, particolarmente rilevante è la giurisprudenza della Corte di Cassazione sul fenomeno del “processo mediatico”, che esprime un’idea di “impermeabilità” della magistratura rispetto alle distrazioni esterne, fra cui rientra sicuramente l’opera della stampa. Nello specifico, dovendosi occupare dell’istituto processuale della rimessione, i giudici di legittimità hanno escluso l’applicabilità di tale strumento in caso di eccessivo clamore mediatico, in quanto questo sarebbe un elemento neutro. La Corte ha di recente affermato con la sentenza n. 55328/2016 che “anche ripetuti articoli giornalistici, e persino una vera e propria campagna di stampa, pur continua ed animosa, non assumono di per sé rilievo ai fini della “translatio iudicii”, in mancanza di elementi concreti che rivelino una coeva potenziale menomazione dell’imparzialità dei giudici locali […] La frequente “osmosi” che oggi esiste tra processo penale e attenzione mediatica, per le ragioni sopraesposte, porta ad escludere che tali fenomeni possano assumere una valenza così eccezionale da provocare reazioni non usualmente tollerate da parte di chi partecipa al processo, così da costituire il presupposto per la rimessione […] D’altronde ponendosi su un diverso piano, se si ammettesse l’idoneità di una pur violenta campagna di stampa ad influire sulla determinazione della competenza del giudice, attraverso la rimessione del processo, ciò significherebbe, in sostanza, ammettere la possibilità di condizionare la scelta del giudice da parte di chiunque, essendo in grado di orientare gli organi di informazione, volesse distrarre il processo da una data sede”.

 

  1. Prospettive di riforma

Dal punto di vista normativo, l’unico riferimento in tema di informazione giudiziaria può essere rintracciato nella disciplina sulla organizzazione delle Procure di cui al d.lgs. 106/2006. Nello specifico, l’art. 5 prevede che i rapporti con gli organi di informazione vengano mantenuti dal procuratore della Repubblica personalmente, ovvero tramite un magistrato dell’ufficio appositamente delegato, in modo che ogni informazione inerente alle attività della procura della Repubblica venga attribuita in modo impersonale all’ufficio ed escludendo ogni riferimento ai magistrati assegnatari del procedimento.

A tale proposito, una possibile evoluzione della normativa nazionale potrebbe verificarsi a seguito dell’adozione della direttiva del Parlamento Europeo e del Consiglio UE/2016/343 sul rafforzamento di alcuni aspetti della presunzione di innocenza e del diritto di presenziare al processo nei procedimenti penali, da recepire entro il 1 aprile 2018. L’incisività della direttiva si evince in particolar modo dal considerando n. 19: “gli Stati membri dovrebbero adottare le misure necessarie per garantire che, nel fornire informazioni ai media, le autorità pubbliche non presentino gli indagati o imputati come colpevoli, fino a quando la loro colpevolezza non sia stata legalmente provata. A tal fine, gli Stati membri dovrebbero informare le autorità pubbliche dell’importanza di rispettare la presunzione di innocenza nel fornire o divulgare informazioni ai media, fatto salvo il diritto nazionale a tutela della libertà di stampa e dei media”. Venendo alla parte precettiva dell’atto, all’art. 4 emerge come il legislatore europeo abbia voluto sollecitare i vari legislatori nazionali: “gli Stati membri adottano le misure necessarie per garantire che, fino a quando la colpevolezza di un indagato o imputato non sia stata legalmente provata, le dichiarazioni pubbliche rilasciate da autorità pubbliche e le decisioni giudiziarie diverse da quelle sulla colpevolezza non presentino la persona come colpevole. Ciò lascia impregiudicati gli atti della pubblica accusa volti a dimostrare la colpevolezza dell’indagato o imputato e le decisioni preliminari di natura procedurale adottate da autorità giudiziarie o da altre autorità competenti e fondate sul sospetto o su indizi di reità” (par. 1). Ancora: “l’obbligo stabilito al paragrafo 1 di non presentare gli indagati o imputati come colpevoli non impedisce alle autorità pubbliche di divulgare informazioni sui procedimenti penali, qualora ciò sia strettamente necessario per motivi connessi all’indagine penale o per l’interesse pubblico” (par. 3).

Da quanto sopra, emerge dunque la necessità che il legislatore nazionale intervenga in tempi brevi sulla normativa in tema di comunicazioni alla stampa da parte dell’autorità giudiziaria, eventualmente superando quanto previsto dal d.lgs. 106/2006.

Cristina Bosso

 

[1] Bruti Liberati E., Prassi, disciplina e prospettive dell’informazione giudiziaria, in Diritto penale contemporaneo, 1/2018.

[2] C. Edu, 27 marzo 1996, Goodwin c. Regno Unito.

[3] Bartoli R., Tutela penale del segreto processuale e informazione: per un controllo democratico sul potere giudiziario, in Diritto penale contemporaneo, 3/2017.

  1. to penale contemporaneo, 1/2018.

[2] C. Edu, 27 marzo 1996, Goodwin c. Regno Unito.

[3] Bartoli R., Tutela penale del segreto processuale e informazione: per un controllo democratico sul potere giudiziario, in Diritto penale contemporaneo, 3/2017.