Ritorno alla prima repubblica

Si sarebbe voluto scrivere questo articolo quando il nuovo governo, formatosi alla luce del risultato elettorale del 4 marzo, fosse stato pronto o in via di formazione. Almeno, si avrebbe avuto un dato certo, non sulla stabilità di una maggioranza post-elettorale, ma perlomeno i partiti avrebbero disvelato, di necessità, le proprie carte. Ci si soffermerà, quindi, su una riflessione sul Parlamento consegnato dalle elezioni, prospettando quella che pare essere l’alternativa di governo più probabile.
A fronte di oltre il 32% in entrambe le Camere, il Movimento Cinque Stelle è destinato ad avere un ruolo, forse il maggiore, nel nuovo esecutivo. Il presidente della Repubblica, nel calendario delle consultazioni dei giorni 4 e 5 aprile, ha riservato l’ultimo colloquio ai cinque stelle. È prassi costituzionale che l’ultima forza a essere ascoltata sia proprio quella di maggior successo elettorale e che, potenzialmente, è in grado di trovare una maggioranza.
Senza soffermarsi su problemi di latitudine maggiore in punto di diritto, come la farraginosità del meccanismo per attribuire i seggi al Senato, si osserva che, a questo giro, le coalizioni hanno avuto due funzioni. La prima, i partiti, fuorché il M5S, si sono presentati uniti, onde godere i benefici della non dispersione dei voti alle liste tra l’uno e il tre percento – cui non è destinato alcun seggio nella quota proporzionale, ma concorrenti ugualmente alla cifra elettorale di coalizione. La seconda, garantire a Salvini una posizione egemone sul centrodestra, che conseguentemente agisce compatto.
Il dato politico è che due forze, la prima e, curiosamente, la terza più votata (non la seconda, il Pd), sono considerate vincitrici indiscusse della tornata elettorale. Così M5S – lista più votata – e Lega – lista più votata nella prima coalizione – sono gli attori politici da cui ci si aspetta, per primi, un progetto di governo. Se la distanza siderale tra i due era nel novero delle certezze pre-elettorali, tanto, a parere di chi scrive, non può più dirsi.
Il primo nodo che verrà al pettine è se il Rosatellum, in forza del quale occorreva indicare gli apparentamenti tra le liste (cioè le coalizioni di liste), sia riuscito a mantenere in vita l’antica concezione, residuo della fase bipolare della seconda repubblica, di destra e sinistra. È patente che essa, come concezione dicotomica dello scenario politico, è franata rovinosamente sotto le bordate del Movimento, tuttavia, stando alle parole di Salvini e Berlusconi, non si dovrebbe registrare un superamento della logica di coalizione al momento della formazione del governo.
Come più commentatori hanno osservato, interessante sarà seguire le mosse di Salvini. Egli, avendo la Lega scalzato Forza Italia dal ruolo di federatrice del centrodestra, sembra tener fede alla parola data a Berlusconi: quindi l’appoggio a un governo, eventualmente cinque stelle, può avvenire solo con il centrodestra compatto. È pur vero che Berlusconi, sia perché il risultato elettorale non gli ha arriso sia per evidente decadimento dell’uomo, non è nelle condizioni di imporre una linea al segretario leghista. Altrettanto lo è che Salvini ha interesse a mantenere il centrodestra compatto, giacché dall’essere capo di un partito con circa la metà dei consensi elettorali del Movimento come leader della coalizione può trattare da posizione di vantaggio, contando essa più scranni di quelli dei cinque stelle.
Realpolitik imporrà alle due forze vincitrici di trovare un accordo. D’altronde, i messaggi a colpi di agenzie scambiati tra Di Maio e Salvini, pur conditi da scaramucce, sono sostanzialmente distensivi. Limate le asperità e rinunciati i punti programmatici che più separano i partiti chiave del nuovo governo, sembra probabile si raggiunga un accordo. Patto nel quale Berlusconi è convitato di pietra, e destinatario di qualche poltrona per fedelissimi: ministeri e sottosegretariati.
Per i cinque stelle l’idea di un governo con i forzisti non è allettante. Tuttavia, se sarà lo scotto da pagare per un esecutivo in cui aver un ruolo rilevante e propugnatore dei punti programmatici del Movimento, tal presenza non sarà ostativa.
Sarebbe complesso per i cinque stelle spiegare ai propri elettori un’eventuale rinuncia al governo, magari per giungere a elezioni che rappresenterebbero, comunque, un azzardo per il Movimento: il rischio di buttare all’aria una legislatura, avendo oltre 300 parlamentari, vale la candela di guadagnarne, ben che vada, qualche decina con la roulette elettorale?
Da elettori, c’è da sperare che un governo si formi. Ancor meglio in tempi celeri. Finito il momento del bipolarismo, è innanzi al Paese una nuova fase: un ritorno alla prima repubblica. La speranza è che si evitino le forzature parlamentari che la logica conflittuale delle legislature dal 1994 al 2018 hanno avuto come elemento caratterizzante il diritto parlamentare.
L’aver inopinatamente limitato la presenza all’interno degli uffici di presidenza di Camera e Senato di esponenti democratici non è stato il miglior modo per iniziare la legislatura. Tuttavia, stando alle parole del neoeletto presidente della Camera Fico, episodi simili non dovrebbero ripetersi. Se sarà rispettato il tempo del dibattito parlamentare, un tempo inerziale, che porta al compromesso inteso come la ponderazione necessaria a un diritto mite, come auspicato dal presidente della Camera, ecco che una pessima legge elettorale avrà permesso una ventata d’aria fresca nelle istituzioni: ce ne sarebbe bisogno.

Bibliografia:
Gianniti, Lupo, Corso di Diritto parlamentare, 2013, il Mulino
Zagrebelsky, Il diritto mite, 1992, Einaudi