L’assedio: la fame come metodo di guerra?

Alto a la guerra

I conflitti in Siria e nello Yemen sono due degli esempi più eloquenti -ultimi, ma solo in ordine di tempo-, di quanto le condotte belliche possano raggiungere livelli inimmaginabili (e, illegali) di violenza, arrivando addirittura ad utilizzare anche la fame e le carestie, derivanti da un assedio, come metodo di guerra.

L’assedio, nell’ambito del warfare, non è tuttavia un’invenzione recente. La storia è costellata di dimostrazioni, più o meno vittoriose, dell’utilizzo durante lo svolgimento di un conflitto armato di forme d’assedio con la finalità di indebolire il nemico fino a sconfiggerlo definitivamente. Gli antichi Egizi ne fecero ampio uso, i Romani parimenti come riportato nei celebri casi di Cartagine e della battaglia di Alesia. Per non parlare dei Greci, i quali annoverano tra le proprie cronache l’assedio più famoso della storia descritto addirittura da Omero nell’Iliade, ovvero l’assedio di Troia. Alla fine, volle un semplice cavallo per vincere le difese della città la quale, da oltre dieci anni, non mostrava segni di cedimento. Tuttavia, l’assedio più lungo della storia recente è considerato quello di Candia, episodio dell’omonima guerra che vedeva opporsi Venezia e l’Impero Ottomano (1648-1669). Quest’ultimo infatti durò 21 anni entrando così di diritto nei libri di storia. Eppure, alcuni studiosi ritengono che tale primato debba essere conteso con l’assedio di Ceuta, conosciuto anche come “l’assedio dei trent’anni”. Composto da più intervalli, questo assedio venne portato avanti dagli spagnoli nei confronti della città marocchina, tra la fine del xiie e l’inizio del xiiie secolo.

Tra i molteplici aspetti che hanno permesso all’assedio di rimanere nei secoli una delle strategie di guerra più usate ed efficienti vi è senza dubbio la possibilità di sfruttare gli effetti indiretti –in realtà volutamente incentivati- di tale tattica che le garantivano un effetto pari a quello di un attacco batteriologico ante litteram. Infatti, da tale condizione di belligeranza ne derivava l’impossibilità di smaltire i deceduti in maniera oltre che consona anche sanitariamente adeguata, comportando così lo scoppio di gravi malattie ed epidemie tra le fila nemiche. Le malattie possono essere un’arma vincente e ciò era già ben noto agli strateghi militari dell’epoca.

L’assedio, lungi dallo svanire nel turbinio del progresso e degli sviluppi tecnologici del xxe secolo, con l’avvento della seconda Guerra mondiale ritornò in auge dopo un periodo di relativo offuscamento. In un panorama europeo caratterizzato da un conflitto portato avanti su più fronti, l’assedio spesso sembrò essere l’unica soluzione realmente efficace per sbloccare le situazioni più critiche. Non sempre però si riuscì ad ottenere il risultato sperato.

La città di Leningrado, dopo svariati anni di resistenza ad un terribile assedio, riuscì a dimostrare concretamente che l’opposizione e la vittoria contro il fronte nazista era possibile, ridando così speranza all’intera Europa. Lo sviluppo della società contemporanea ha portato con sé grandi miglioramenti anche nell’ambito della conduzione delle guerre. Sono stati proprio gli orrori delle due guerre mondiali a incentivare importanti passi avanti nel processo di “umanizzazione” delle guerre. Fino all’avvento della Società delle Nazioni (1919) si riteneva che gli Stati beneficiassero di un illimitato ius ad bellum (ovvero del diritto di ricorrere alla guerra come mezzo di soluzione delle controversie) distinto dall’insieme di regole atte a disciplinare il diritto bellico in senso stretto, lo ius in bello. Il diritto di Ginevra e il diritto dell’Aja oggigiorno sono considerate non più due branche distinte, ma piuttosto gemelle e complementari. Infatti, con i 2 Protocolli Aggiuntivi del 1977 (rispettivamente sulla “Protezione delle vittime di conflitti armati internazionali” e “Protezione delle vittime di conflitti armati non internazionali”) i due sistemi si sono fusi in un unico ambito del diritto, come evidenziato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1996 in occasione del parere espresso sulla liceità delle armi nucleari.

E ciò vale anche per l’assedio. Benché non sia formalmente vietato, un utilizzo di quest’ultimo in maniera legittima sembra impraticabile rispettando le norme attualmente in vigore. I principi di distinzione e proporzionalità infatti, operano nel diritto dei conflitti armati come cardini del sistema, puntando così ad un bilanciamento tra necessità militare e tutela della popolazione civile. È l’art. 48 del I Protocollo addizionale a sancire il dovere, en toutes circonstances, di distinguere tra popolazione civile e combattenti e tra obiettivi civili e militari. A riguardo ne deriva che solo i combattenti possono essere oggetto della violenza bellica, ed è proprio questa eccezione che mal si confà all’assedio: in quale misura in tale situazione si può “distinguere”? O piuttosto: non è forse l’indebolimento generale e collettivo della forza avversaria, l’aspetto tecnicamente auspicato dalla parte assediante?

Già da una prima lettura è chiaro come l’assedio possa trovare difficilmente legittimità nel contesto di un confitto armato, al netto della possibilità, certamente più teorica che pratica, di un assedio mirato solo ad obiettivi militari. Ad esempio, il blocco esclusivo tramite assedio delle forniture militari o dei viveri destinati all’esercito nemico previa evacuazione della popolazione civile potrebbe essere, in linea di principio, lecito. In tal caso, essendo quest’ultimi obiettivi militari -ossia oggetti che “per loro natura, ubicazione, destinazione o impiego contribuiscono efficacemente all’azione militare, e la cui distruzione totale o parziale, conquista o neutralizzazione offre, nel caso concreto, un vantaggio militare preciso” (I Protocollo addizionale, art. 52. 2, 1977) – possono essere obiettivi della violenza bellica.

Il quadro giuridico così stabilito è vieppiù esplicito se si considera il II Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati non internazionali. Il titolo IV infatti, riferendosi direttamente alla Popolazione civile enuncia chiaramente all’art. 14 che è vietato, come metodo di guerra, far soffrire la fame alle persone civili. Di conseguenza, è vietato attaccare, distruggere, asportare o mettere fuori uso, con tale scopo, beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, quali le derrate alimentari e le zone agricole che le producono, i raccolti, il bestiame, le installazioni e le riserve di acqua potabile, e le opere di irrigazione”.

Tale norma, oggi pienamente parte del diritto internazionale consuetudinario, è stata menzionata in diverse risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riguardanti la Siria, come ad esempio la recente risoluzione 2401(2018). Tuttavia, non solo la dottrina, ma anche l’azione dei Tribunali internazionali ha chiarito a fondo la natura di questa pratica di guerra tanto diffusa quanto atroce. Successivamente alle vicende della guerra in Bosnia Erzegovina e all’assedio della città di Sarajevo -ritenuto il più lungo assedio nella storia della guerra moderna-, è stato proprio il Tribunale Penale per l’ex-Jugoslavia a giudicare quest’ultimo come crimine di guerra e crimine contro l’umanità basandosi proprio sulla natura indiscriminata degli attacchi nei confronti dei civili. Erede legittimo dei Tribunali ad hoc, anche il Tribunale Penale Internazionale si è dotato di strumenti atti a contrastare tale pratica. L’articolo 7 del relativo Statuto, annovera infatti tra i crimini contro l’umanità lo stermino (1.b) intendendolo come “in modo particolare, il sottoporre intenzionalmente le persone a condizioni di vita dirette a cagionare la distruzione di parte della popolazione, quali impedire l’accesso al vitto ed alle medicine” (2.b).

La rilettura di queste chiare disposizioni alla luce dei recenti fatti di cronaca è allarmante. Come giudicare ciò che da mesi avviene in Siria e nello Yemen?  Quanta attenzione si sta dando a livello internazionale al tentativo di assedio da parte dei Turchi della città di Afrin in chiave anti Curda? Per non parlare del ritorno all’utilizzo di armi chimiche in Siria o del conflitto Israelo-Palestinese. Il rispetto del diritto internazionale umanitario richiede osservatori permanenti e una Comunità internazionale vigile e pronta ad intervenire; tuttavia sotto ai nostri occhi è un continuo susseguirsi di crimini e orrori che fanno da sfondo a un Consiglio di sicurezza in stato di cronico impasse, agonizzante tra veti incrociati. Quando si prenderà finalmente una posizione, cosa si deve attendere ancora affinché si dica basta? Se non ora, quando?

 

Bibliografia:

  • GREPPI E., VENTURINI G., “Codice di diritto internazionale umanitario”, Torino, G. Giappichelli Editore, 2012.
  • RONZITTI N., “Diritto internazionale dei conflitti armati”, Torino, G. Giappichelli Editore, 2014.

Sitografia: