La riduzione degli automatismi preclusivi all’accesso ai benefici penitenziari nella prospettiva della riforma penitenziaria

Stanley prison

Il Consiglio dei Ministri, nella riunione del 16 marzo 2018, ha approvato in sede di secondo esame preliminare un decreto legislativo di riforma dell’ordinamento penitenziario, allo stato in attesa di approvazione definitiva. Come emerge dal comunicato stampa n. 74 del Consiglio dei Ministri[1], il provvedimento ha l’obiettivo di attualizzare l’ordinamento penitenziario ed adeguarlo all’evoluzione giurisprudenziale, in particolare perseguendo quattro obiettivi principali: ricorso al carcere come extrema ratio, al fine di riportare al centro del sistema la finalità rieducativa della pena, maggiormente perseguibile attraverso modalità esecutive extra-murarie, pur sempre in bilanciamento con la tutela della sicurezza della collettività; razionalizzazione dell’attività di tutti gli uffici coinvolti nella gestione del settore penitenziario; riduzione del sovraffollamento carcerario, assegnando un ruolo prioritario alle misure alternative alla detenzione e potenziando il trattamento e il reinserimento sociale del reo, al fine di ridurre i casi di recidiva; valorizzazione della polizia penitenziaria. Il provvedimento è suddiviso in sei capi: il primo è dedicato all’assistenza sanitaria, il secondo alla semplificazione dei procedimenti, il terzo all’eliminazione di automatismi e preclusioni nel trattamento penitenziario, il quarto alle misure alternative alla detenzione, il quinto al volontariato e il sesto alla vita penitenziaria.

A prescindere dalle questioni circa l’opportunità di approvazione (sebbene al momento non ancora definitiva) di un sì importante provvedimento da parte di un governo ormai dimissionario, hanno suscitato polemiche le previsioni caratterizzate dal favor del legislatore delegato per le misure alternative alla detenzione e per l’eliminazione di automatismi e preclusioni nella concessione di benefici penitenziari[2]. Le posizioni contrapposte vedono da un lato i fautori della riforma, che sostengono non si tratti di provvedimento salva-ladri o svuota – carceri (come da alcuni additato), bensì di un indispensabile rinnovamento dell’ordinamento penitenziario, con al centro la finalità rieducativa della pena, l’eliminazione di automatismi impeditivi all’accesso ai benefici e l’ampliamento del campo di applicabilità delle misure alternative alla detenzione, volte ad un proficuo reinserimento sociale del detenuto; dall’altro lato si pone chi guarda a  tale riforma come un’ulteriore aggressione al principio della certezza della pena.

Di particolare rilievo, per il tema che si vuole qui analizzare, è il capo III del provvedimento in esame, recante appunto le disposizioni atte a ridurre automatismi e preclusioni ex lege circa la concessione di benefici penitenziari, ossia previsioni che impediscono a priori la concessione di determinati benefici per chi si sia reso colpevole di determinati reati, senza possibilità per l’organo giurisdizionale di verificare la situazione effettiva del singolo nel caso concreto. Queste modifiche si pongono in linea con le più recenti innovazioni nel campo penitenziario e in contro-tendenza rispetto alle linee direttrici degli interventi dei primi anni duemila, caratterizzati da un notevole ricorso a tali preclusioni. Si può ricordare, a titolo esemplificativo, il d.l. 146/2013, convertito con modificazioni in l. 10/ 2014, con il quale sono state eliminate, all’interno della l. 354/1975 (legge di ordinamento penitenziario), buona parte delle preclusioni che erano state introdotte (in particolare ad opera della l. 251/2005, c.d. “ex- Cirielli”) al fine di impedire o rendere più difficile l’accesso alle misure alternative per i recidivi reiterati (tra le quali, ad esempio, l’abbassamento del limite di pena a tre anni per l’accesso alla detenzione domiciliare ordinaria, il divieto di concessione della c.d. detenzione domiciliare generica, la richiesta di avvenuta espiazione di soglie di pena più elevate rispetto ai condannati “comuni” per l’accesso ai permessi premio ed alla semilibertà).

Con il provvedimento in esame (sempre che l’iter di approvazione si concluda con esito positivo) si pone innanzitutto qualche modifica all’art. 4-bis o.p., la norma principale con cui sono poste le varie preclusioni, parziali o totali, rispetto all’accesso ai benefici penitenziari (in particolare: lavoro all’esterno, permessi premio e misure alternative alla detenzione, eccetto la liberazione anticipata), in considerazione della pericolosità di certi soggetti detenuti o internati, pericolosità desunta dalla tipologia di delitto commesso. Ad ogni modo, l’impianto generale della disposizione risulterebbe confermato: a parte la modifica e l’aggiunta di alcuni delitti in presenza dei quali scattano le limitazioni ala concessione dei benefici[3], resta fermo che i detenuti ed internati per delitti di cui al comma 1 (tra i quali, in particolare, sono compresi i delitti riguardanti la mafia e il terrorismo) possono accedere al lavoro all’esterno, ai permessi premio e alle misure alternative alla detenzione (salvo la liberazione anticipata) soltanto laddove collaborino con la giustizia, oppure allorché tale collaborazione sia impossibile o irrilevante siano stati acquisiti elementi tali da escludere l’attualità di collegamenti con la criminalità organizzata (prova negativa il cui onere continua a gravare sul detenuto o internato). Circa la categoria degli autori dei delitti indicati dal c. 1-ter (tra i quali rientrano l’omicidio, alcune ipotesi di rapina, i reati sessuali a danno di minori), si puntualizza che a costoro i benefici di cui prima possono essere concessi salvo che siano stati acquisiti elementi che indichino la sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata, terroristica o eversiva (prova positiva da fornirsi da parte dell’accusa). Infine per detenuti ed internati di cui al c. 1-quater (categoria in cui rientrano vari reati sessuali, alcuni dei quali elencati anche in uno degli altri commi) resta che i benefici in parola possono essere concessi solo sulla base dell’osservazione scientifica della personalità condotta collegialmente per almeno un anno, anche con la partecipazione di esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica; si aggiunge, tuttavia, che al fine di determinare l’anno di osservazione si possa tener conto anche di programmi terapeutici svolti dopo la commissione del reato e prima dell’inizio dell’esecuzione della pena, quindi svolti al di fuori dell’istituzione penitenziaria.

Rilevante è l’introduzione di un articolo 4-ter nella legge 354/1975, ai sensi del quale la pena o la frazione di pena relativa a uno dei reati indicati nell’articolo 4-bis o.p. si considera separatamente ed espiata per prima, quando ne derivano effetti favorevoli al condannato. Ecco che, laddove il detenuto debba espiare la reclusione per più delitti, alcuno dei quali rientrante nelle elencazioni di cui all’art. 4-bis ed altri ad esse estranei, il periodo di reclusione da scontare per il delitto di cui al detto articolo deve essere considerato autonomamente e in via prioritaria, come primo periodo di detenzione che decorre dal momento della commissione del relativo fatto, in modo tale che le preclusioni che vi derivano siano applicabili soltanto alla relativa parte di pena. Una volta conclusasi l’espiazione di questa autonoma pena o frazione di pena, rispetto al residuo di pena da scontarsi per un delitto non rientrante nel novero di quelli previsti dall’art. 4-bis, il detenuto avrà le normali possibilità di qualsiasi altro detenuto comune di accedere ai benefici penitenziari (quindi, sempre dopo una attenta valutazione dell’organo giurisdizionale circa requisiti e cause ostative alla loro concessione). Si precisa che non può essere considerata come pena espiata separatamente per un delitto ex 4-bis quella che, eventualmente, sia già stata espiata prima della commissione del relativo fatto di reato. Inoltre si pone come limite la previsione dell’art. 41-bis, c. 2 o.p., ultimo periodo, ai sensi del quale “in caso di unificazione di pene concorrenti o di concorrenza di più titoli di custodia cautelare, la sospensione può essere disposta anche quando sia stata espiata la parte di pena o di misura cautelare relativa ai delitti indicati nell’articolo 4-bis”: resta quindi ferma la possibilità di continuare ad applicare il cd. carcere duro per i soggetti autori di delitti ex art. 41-bis (in particolare, soggetti appartenenti criminalità organizzata), anche dopo che si sia espiata totalmente la pena relativa ad uno di tali delitti, allorquando l’esecuzione debba continuare per delitti estranei al medesimo articolo.

Bisogna poi considerare le disposizioni su cui il legislatore delegato interviene per circoscrivere le preclusioni all’accesso ai vari benefici penitenziari solo con riguardo ai condannati per i delitti di cui al c. 1 dell’art. 4-bis o.p. (tra i quali si sottolinea, ancora una volta, la presenza dei delitti di criminalità organizzata di stampo mafioso o terroristico), rimuovendo invece tali maggiori limitazioni rispetto ai soggetti condannati per delitti rientranti in una delle altre due categorie dell’art. 4-bis medesimo. Così in tema di possibilità di accedere al lavoro all’esterno solo dopo l’espiazione di almeno un terzo della pena e, comunque, di non oltre cinque anni, nonché in tema di concedibilità di permessi premio dopo l’espiazione di almeno la metà della pena e, comunque, di non oltre dieci anni. Circa i permessi premio, inoltre, non è più preclusa ex lege la concessione dei medesimi, nei due anni successivi alla commissione del fatto di reato, al condannato o imputato per delitto doloso compiuto durante l’espiazione della pena o l’esecuzione di una misura restrittiva della libertà personale; allo stesso modo, sono cancellate le limitazioni per i recidivi reiterati. Infine si interviene anche sull’art. 58-quater o.p., recante “divieti di concessione dei benefici”, ove si abrogano le esclusioni dai benefici ivi previsti per i condannati per evasione, per i soggetti rispetto ai quali sia stata revocata una misura alternativa alla detenzione e per i recidivi reiterati.

Ulteriori ipotesi di eliminazione di preclusioni automatiche sono contenute nel capo IV del decreto governativo, relativamente all’accesso alle misure alternative alla detenzione in carcere. Si può ricordare l’abrogazione della preclusione concernente l’accesso alla detenzione domiciliare di cui al c. 01 dell’art. 47-ter o.p. (per compimento del settantesimo anno di età) per chi fosse stato dichiarato delinquente abituale, professionale o per tendenza o sia stato condannato con l’aggravante della recidiva. Si prevede che non sia applicato il divieto previsto dal citato c. 1 dell’art. 4-bis o.p. per la detenzione domiciliare dedicata a donna incinta o madre di prole di età inferiore ad anni dieci con lei convivente (sempre che non sussista il concreto pericolo di commissione di ulteriori reati), nonché per la detenzione domiciliare speciale ex art. 47-quinquies o.p.. Ancora, in materia di semilibertà, l’impossibilità di accedervi prima dell’espiazione dei due terzi della pena vale soltanto per i delitti di cui al c. 1 dell’art. 4-bis o.p., mentre per quelli previsti negli altri commi vale la regola generale dell’espiazione di almeno metà della pena.

In conclusione, si rende opportuno rilevare come la riduzione degli automatismi, i quali precludevano a priori la possibilità di accedere ai benefici penitenziari di cui si è detto, non comporta la caduta in automatismi di segno opposto, ossia in un meccanismo secondo il quale ai soggetti, rispetto ai quali non è più negata in radice la possibilità di concessione dei benefici (in talune ipotesi, prima che fosse trascorso un determinato periodo di tempo), automaticamente avranno libero accesso agli stessi. Questa diventa solo una possibilità, che come tale esige una valutazione positiva da parte della magistratura di sorveglianza circa il soddisfacimento dei requisiti posti dalla legge per l’accesso a ciascun beneficio, valutazione da porsi in essere caso per caso, con riferimento alla condizione effettiva del singolo detenuto o internato. Così, a titolo esemplificativo, in materia di permessi premio l’organo giurisdizionale dovrà valutare che il soggetto abbia tenuto una condotta regolare e non sia socialmente pericoloso: ecco che, sebbene non via sia  più una preclusione assoluta, non sarà comunque semplice ottenere un tale beneficio, nei due anni successivi al fatto medesimo, per chi si sia reso responsabile di un delitto doloso commesso nell’esecuzione della pena (avendo ciò un evidente peso sulla valutazione circa la correttezza della condotta e la pericolosità sociale, insieme al fattore temporale). Tuttavia, ciò non è più imposto a priori, per cui se si dimostrassero l’eccezionalità e l’unicità di una tale condotta e il venir meno della probabilità di commissione di ulteriori delitti, ecco che al soggetto potrebbe essere concesso un permesso premio, anche prima che siano trascorsi due anni dalla commissione del fatto penalmente rilevante.

[1] Il comunicato stampa e lo schema di decreto legislativo sono reperibili sul sito www.governo.it

[2] I benefici penitenziari comprendono le misure di favore cui può accedere, a determinate condizioni, il detenuto o l’internato; vi rientrano, oltre le misure alternative alla detenzione, istituti come il lavoro all’esterno, i permessi premio, etc.

[3] Circa un’approfondita individuazione dei delitti previsti dai cc. 1, 1-ter e 1-quater dell’art. 4-bis, si rimanda ai manuali di diritto penitenziario.

Bibliografia

  1. Neppi Modona, D. Petrini, L. Scomparin, Giustizia penale e servizi sociali, Laterza, 2009
  2. Olleni, Cosa prevede la riforma del carcere approvata dal governo, dalle misure alternative a Skype, 17 marzo 2018, in www.agi.it
  3. Di Tullio D’Elisiis, Approvato da parte del Governo il decreto legislativo che riforma l’ordinamento penitenziario, 19 marzo 2018, in www.diritto.it
  4. Tortorella, Riforma dell’ordinamento penitenziario: in cosa consiste, 19 marzo 2018, in www.panorama.it