Il processo accusatorio classico: mito, storia e filosofia

Esiste un modo di dire, ai giorni nostri, secondo il quale, noi, ovvero noi contemporanei, “non avremmo inventato nulla”, che sta per “nulla di nuovo”. Espressione un po’ iperbolica ma che rende bene il debito che la nostra società ha nei confronti delle sue radici, in particolare quelle classiche greco-latine. Noi, inteso noi giuristi, conosciamo molto bene questo aspetto. Siamo consci del diritto dell’antica Roma e del suo trasmettersi, fino all’attualità odierna, in un continuum storico di eccezionale durata. Abbiamo però un concezione di questo debito soprattutto a livello di istituti, di approccio dottrinale, di norme di legge: tecnico e prevalentemente teorico. Se però consideriamo la vicenda processuale e il suo svolgimento, il nostro sguardo necessita di ampliarsi in due direzioni: la prima, temporale, verso la Grecia del V sec. a.c; la seconda, cognitiva, verso ambiti di sapere diversi dal tecnicismo, cioè verso il mito e verso la filosofia. Il nostro processo, con la riscoperta e il fiorire dell’istituto del “giusto processo”, ha assunto una forma non rivoluzionaria ma reazionaria, andando a riassumere le vesti che aveva alle origini della nostra civiltà giuridica, ai suoi albori. Già da un rapido sguardo si capisce chiaramente come esso riprenda, nei suoi tratti fondamentali e imprescindibili, il processo accusatorio dell’Atene del periodo classico, scoprendo in tutta la sua portata, il debito culturale e storico nei confronti di questa gloriosissima civiltà.

Come spesso presso i Greci, le origine degli istituti basilari della convivenza civile, quelli che rendevano possibile la stabilità della vita quotidiana, erano considerati di origine divina. Il divino permeava il mondo e sorprende come il popolo che inventò la filosofia e le premesse teoriche del ragionamento razionale puro, non abbia mai rinunciato all’aspetto mitico, favolistico del reale. La regola si riconferma anche nel nostro caso. Il processo accusatorio, inteso come quella figura procedimentale incentrata sul contradditorio tra le parti, fu creato dalla dea Atena. Cantore principale di questa vicenda è il grandissimo tragediografo Eschilo, nel ciclo celeberrimo dell’Orestea. Oreste, l’eroe tragico, vendica la morte del padre Agamennone, ucciso dalla moglie Clitemnestra, uccidendo a sua volta la madre. Come punizione di questo matricidio viene sferzato dalle Erinni,( entità punitrici simbolo della legge del taglione e dell’età arcaica), finché non giunge al santuario di Delfi, ove riceve la protezione del dio Apollo, suo sostenitore. Il dio gli promette che riceverà un giusto processo ad Atene, nel quale verrà difeso da Apollo stesso, che garantisce un esito vittorioso. Giunti nella città, è la dea Atena a stabilire le regole della contesa giudiziaria, ed è proprio in questi versi, in questo punto dell’intreccio, il maggiore interesse per il tema che stiamo affrontando. Infatti nelle parole della dea, Eschilo riassume il succo dell’intero processo accusatorio, i suoi principi cardine, la sua essenza stessa. Davanti alla dea ci sono le due parti in causa: Oreste, l’accusato, e le Erinni, le accusatrici. La dea ascolta le parole delle Erinni e terminato il loro agone pronuncia questa frase: “ Accusatore e accusato vedo presenti, ma di uno solo odo la voce.” Qui chiaramente il riferimento è alla necessità di ascoltare entrambe le parti in causa prima di addivenire alla decisione, l’importanza ovvero, di dare spazio alla difesa, affinché possa far valere le proprie ragioni. Per noi oggi questo è un principio davvero elementare ma non bisogna dimenticare che la nostra storia conosce periodi, non brevi, in cui questo era invece negato. Basta citare il nome Santa Inquisizione, o per non andare troppo a ritroso nei tempi, basta considerare alcuni aspetti del nostro vecchio codice di procedura penale, in vigore fino al 1988, intrisi di spirito inquisitorio. Ciò che sorprende è come il contradditorio fosse percepito come basilare, per amministrare la giustizia, già circa 2500 anni fa. Ma i motivi di stupore vanno oltre questo. La dea Atena infatti continua con le sue illuminate sententiae. Lei stabilisce che a valutare nel merito saranno i “migliori dei cittadini.” Qui la dea crea un altro istituto tipico del processo accusatorio ovvero la giuria popolare. E qui i motivi per meravigliarsi iniziano ad essere maggiori, se si pensa allo scarso rilievo che questa ha per la procedura penale italiana, pur ispirata all’accusatorietà; la ritroviamo invece con molto più vigore nel modello processuale anglosassone, specie statunitense, del quale è un vero punto fermo. Giudici privati cittadini, dotati di qualità superiori alla media, tali da renderli “i migliori”, (ancora oggi viene fatta una selezione per scegliere i giudici popolari). Atena poi prosegue nel fornire la disciplina di questo agone, pronunciando una formulazione di quello che può essere un embrionale principio dispositivo. Questi giudici infatti dovranno decidere sulla base di prove raccolte dalle parti. Sono le parti stesse a dover ricercare la prova, e come il libro di Paradisi “Il logos nel processo”, cui questo articolo attinge in maniera preponderante, sottolinea molto chiaramente, le prove verranno escusse nell’oralità. Prove che hanno nella testimonianza il proprio cardine. Ancora oggi è così. L’ultimo aspetto interessante, che è indice della grandissima maturità e sensibilità giuridica di questo popolo, si rinviene nei versi finali dell’intervento analizzato. Atena infatti decreta che: “La vittoria finale sarà di Oreste, anche se uguale il numero di voti”. Qui ci troviamo di fronte all’annunciazione del principio del favor rei; in caso di parità di votazione (i giudici votavano per la condanna o l’assoluzione) il reo viene risparmiato. In pratica in caso di parità non si considera raggiunta quella certezza che, sola, può determinare la condanna di un uomo. Ripugnava ai Greci l’idea che un uomo venisse condannato in una situazione di incertezza. Questo è un principio che crediamo nato in questo contesto non a caso. Atene è stata la culla e il laboratorio della più compiuta forma di democrazia mai esistita, ed è imprescindibile il principio del favor rei per un regime politico siffatto, in cui la libertà individuale e i diritti dei singoli, godono o dovrebbero godere, del maggior grado di tutela. Alla fine la vittoria sarà di Oreste proprio in virtù della perfetta parità di voti, la tragedia non poteva che finire così proprio per sottolineare l’importanza di tutelare i diritti dell’accusato.

Tralasciando la componente mitica e divina, le ragioni alla base di questa tragedia sono fortemente educative. Il teatro era uno strumento di pedagogia pubblica in cui il popolo veniva istruito. Eschilo pertanto esprime e sensibilizza l’uditorio a quei principi cardine che ispirano il bagaglio culturale dell’ateniese, che poi parteciperà direttamente alla decisione delle leggi in virtù del regime democratico. L’attribuzione dell’origine divina al processo accusatorio è un espediente per rivestire di un’ aura di reverenza questo istituto, il quale proprio grazie a questa origine, acquista un carattere cogente e irrinunciabile: di esso non può farsi a meno. È indicativa inoltre del legame da sempre esistenze tra l’amministrazione della giustizia e il divino, legame ancora attuale ( si pensi al giuramento sulla Bibbia che in alcuni sistemi precede la dichiarazione testimoniale).

Da tutto ciò vogliamo trarre due conclusioni in particolare. La prima è l’importanza, per ogni epoca, di guardare alle sue radici per riaffermare ciò che dovrebbe essere scontato, e scontato purtroppo spesso non è, e anche per avere un punto di riferimento per trovare soluzioni valevoli e utilizzabili anche ai nostri tempi. La seconda consiste nel considerare, quando si studia il diritto, che un approccio multidisciplinare può essere foriero di grandi vantaggi. Lungi dall’essere portatrice di confusione, l’eterogeneità, soprattutto extragiuridica, delle fonti, nello studio del diritto, può portare ad arricchire il panorama delle soluzioni spendibili, delle corrispondenze rintracciabili. Una ricchezza che si è persa a causa specialmente della rigida conicità dottrinale del giuspositivismo.

Bibliografia

Roberto Paradisi, Il logos nel processo, Torino, Giappichelli, pag. 76 e segg

Eschilo, Eumenidi, in Eschilo. Tutte le tragedie, trad. it. E. Mandruzzato, Roma, Newton Compton, 1991