La compensazione delle spese processuali: un ritorno al passato?

St Georges Hall Court Room

La compensazione delle spese processuali, disciplinata nel nostro ordinamento al secondo comma dell’art. 92 c.p.c., è stata negli ultimi anni oggetto di incessante dibattito e frequenti riforme legislative. Da ultimo anche la Corte Costituzionale, con la sentenza additiva n°77 del 2018, si è espressa  in merito, dichiarandone la parziale illegittimità con riferimento agli artt. 3, primo comma,  24, primo comma, e 111, sesto comma, Cost. In questo articolo analizzeremo, dunque, l’evoluzione della disciplina legislativa in materia di compensazione delle spese processuali e ci si soffermerà sulle conseguenze della sentenza sopra citata in siffatto quadro normativo.

La liquidazione delle spese nel processo civile è disciplinata nel nostro ordinamento dal criterio di soccombenza (o principio victus victori), per il quale la parte soccombente deve sopportare le spese processuali in cui è incorsa la controparte. Tale regola risponde ad un criterio logico improntato al principio di responsabilità: l’agire o il resistere in giudizio, nonostante costituiscano una facoltà e un diritto dell’individuo, non possono nuocere alla parte che nel processo risulti vincitrice. Tale criterio, tuttavia, subisce pacificamente alcune deroghe: tra queste si evidenzia la possibilità per il giudice di compensare le spese.

Fin dal codice di procedura civile unitario (1865), la compensazione delle spese era ammessa per motivi giusti [1]. Il testo originario del codice del 1940 recepì tale disposizione, recitando all’art.92, secondo comma, c.p.c.: se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, il giudice può compensare, parzialmente o per intero, le spese tra le parti. Si volle infatti affidare al prudente apprezzamento del giudice la possibilità di derogare al criterio di soccombenza vigente per la liquidazione delle spese, in considerazione del fatto che solo costui poteva conoscere le peculiarità della causa. La Corte di Cassazione, secondo un primo orientamento, ritenne che la possibilità per il giudice di compensare le spese rientrasse nei poteri discrezionali ad esso attribuiti, cui conseguivano la mancata necessità di motivare la decisione e l’incensurabilità di questa in sede di legittimità. Tuttavia, la spaccatura della giurisprudenza sulla necessità o meno di motivare i giusti motivi alla base della compensazione delle spese processuali portò prima la Cassazione a invertire la rotta, mutando radicalmente il proprio orientamento, e poi il legislatore, con la legge 28 dicembre 2005 n. 263,  a richiedere un’esplicita motivazione delle ragioni di compensazione delle spese. Tale disposizione non fu però idonea a contrastare la tendenza dei giudici a compensare le spese anche in caso di soccombenza totale, in spregio del principio generale victus victori sopra enunciato. Per questo motivo il legislatore intervenne nuovamente, con la legge 18 giugno 2009 n.69, restringendo il perimetro di applicazione della compensazione delle spese, i cui presupposti vennero individuati, oltre al caso di soccombenza reciproca [2], in gravi ed eccezionali ragioni. Da ultimo, il decreto-legge 12 settembre 2014 n. 132 ha introdotto ipotesi tassative perché operi la compensazione, quali l’assoluta novità della questione trattata ed il mutamento della giurisprudenza rispetto a questioni dirimenti. Dopo una breve analisi storica dell’evoluzione di tale istituto processuale, è evidente come il criterio della soccombenza, rafforzato dalla limitazione delle deroghe ad esso applicabili, assuma una ratio non più meramente logica, come sopra illustrato, quanto più economica di deflazione dei processi [3]. La limitazione delle ipotesi di compensazione delle spese processuali affianca, infatti, altri strumenti improntati alla stessa ratio, quali ad esempio le misure di ADR (Alternative Dispute Resolution) e la previsione di un apposito momento processuale in cui il giudice favorisca, ove possibile, la conciliazione delle parti.

In questo contesto si inserisce la sentenza n.77/2018 della Corte Costituzionale, che dichiara l’illegittimità dell’art.92, secondo comma, c.p.c. nella parte in cui non prevede che il giudice possa compensare le spese tra le parti, parzialmente o per intero, anche qualora sussistano altre analoghe gravi ed eccezionali ragioni, introducendo una clausola di chiusura alla norma oggetto d’esame. La questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dal Tribunale ordinario di Torino e dal Tribunale ordinario di Reggio Emilia, entrambi in funzione di giudici del lavoro. I parametri secondo i quali la Corte accoglie la questione ad essa rimessa sono tre.

In primis, la formulazione dell’art.92, secondo comma, c.p.c., quale risultante dalle modifiche operate dal legislatore del 2014, violerebbe il principio di ragionevolezza ed uguaglianza (art.3, primo comma, Cost.). Lo strumento introdotto dal legislatore per limitare l’abuso del processo sarebbe infatti sproporzionato rispetto all’obiettivo perseguito. La rigidità delle ipotesi contemplate dall’art. 92, secondo comma, c.p.c. escluderebbe dal campo di applicazione della norma fattispecie analoghe a quelle tassativamente previste: a titolo esemplificativo, la Corte cita, come fattispecie analoga al mutamento della giurisprudenza, la promulgazione di una legge di interpretazione autentica o la pronuncia di una sentenza di illegittimità costituzionale. Ciò che viene in evidenza è dunque la ratio sostanziale dell’ipotesi indicata dal legislatore, ovvero un mutamento in corso di causa del quadro di riferimento della controversia. Allo stesso modo, all’assoluta novità della questione deve potersi ricondurre ogni analoga situazione di oggettiva e marcata incertezza, non orientata dalla giurisprudenza. Infatti, ad avviso della Corte, un simile procedimento logico già caratterizza l’interpretazione dell’ipotesi di soccombenza reciproca: la giurisprudenza di legittimità permette, a tal riguardo, la compensazione delle spese anche nelle ipotesi di accoglimento parziale dell’unica domanda proposta.

Analogamente ragiona la Corte con riferimento al secondo parametro, il diritto di difesa, come sancito dall’art.24, primo comma, Cost.: la riduzione delle ipotesi di compensazione soltanto a due (oltre a quella tradizionale della soccombenza reciproca) «tende […] a scoraggiare in modo indebito l’esercizio dei diritti in sede giudiziaria, divenendo così uno strumento deflattivo (e punitivo) incongruo» nelle ipotesi in cui la condotta della parte, poi risultata soccombente, non integra casi di abuso del processo, ma sia improntata a correttezza, prudenza e buona fede. [4]

Infine, ultimo parametro di legittimità costituzionale è l’art.111, sesto comma, Cost. ai sensi del quale i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati: necessità non prevista dalla disposizione dell’art.92, secondo comma, c.p.c. e introdotta dalla sentenza in questione.

L’apertura della Corte Costituzionale ad una maggiore discrezionalità del giudice, pur nell’ambito delle analoghe gravi ed eccezionali ragioni, ha nuovamente acceso il dibattito tra gli interpreti sulle modalità di applicazione dell’art. 92, secondo comma, c.p.c. Alcuni, infatti, ritengono che si tratti di un ritorno puro e semplice alla formulazione precedente l’intervento del legislatore del 2014. Secondo questo orientamento, la clausola di riserva introdotta dalla Corte vanifica in sostanza la previsione di legge di ipotesi tassative. Così, sarebbe possibile una valutazione discrezionale del giudice sufficientemente ampia, tale da includere una casistica estremamente varia, pur nei limiti delle gravi ed eccezionali ragioni. Si citano, a titolo esemplificativo, i casi di soccombenza per errore processuale del difensore e i casi di decisione della controversia sulla base del principio dell’onere della prova – si tratta, in quest’ultima ipotesi, di casi in cui la situazione di fatto non risulta chiara dagli atti processuali. Al contrario, vi è chi ritiene che le gravi ed eccezionali ragioni, pur richiamando la formulazione ante riforma della disposizione oggetto di giudizio, debbano essere limitate esclusivamente ai casi analoghi a quelli tassativamente indicati dalla norma [5]: per tale motivo, nonostante sia indubbio che la Corte Costituzionale con la sentenza in esame abbia ampliato il potere discrezionale del giudice in merito, i casi di compensazione delle spese rimarrebbero significativamente limitati.

In conclusione, indubbia è la possibilità per il giudice di muoversi con più libertà nella decisione sulla compensazione delle spese: a seconda tuttavia dell’orientamento cui ci si conforma e della maggiore o minore discrezionalità di conseguenza attribuita al giudice in materia, l’effetto deflattivo dei processi, sotteso al criterio della soccombenza, sarà maggiormente limitato. La diversità di opinioni – e tale considerazione va ritenuta di carattere generale – risulta fisiologica in presenza di una clausola di chiusura come quella introdotta dalla Corte Costituzionale, in quando rende maggiormente scivoloso il terreno dei presupposti per l’applicazione dell’art.92, secondo comma, c.p.c.

NOTE:

[1] Art.370, secondo comma, c.p.c.1865: Quando concorrano motivi giusti, le spese possono dichiararsi compensate in tutto o in parte.

[2] Si noti che l’ipotesi di soccombenza reciproca come presupposto per la compensazione delle spese non è interessato dalle riforme legislative di cui si tratta. Per tale motivo verrà sistematicamente escluso dalla trattazione.

[3] C.Cost.sent.n.77/2018, considerato in diritto, pt.13. Al fondo di questo contesto riformatore è la consapevolezza, sempre più avvertita, che, a fronte di una crescente domanda di giustizia, anche in ragione del riconoscimento di nuovi diritti, la giurisdizione sia una risorsa non illimitata e che misure di contenimento del contenzioso civile debbano essere messe in opera.

[4] C.Cost.sent.n.77/2018, ritenuto in fatto, pt.2

[5] In questo senso si può leggere il punto 16 del considerato in diritto (C.Cost.sent.n.77/2018): parimenti le ipotesi illegittimamente non considerate dalla disposizione censurata possono identificarsi in quelle che siano riconducibili a tale clausola generale [gravi ed eccezionali ragioni] e che siano analoghe a quelle tipizzate nominativamente nella norma, nel senso che devono essere di pari, o maggiore, gravità ed eccezionalità. Le quali ultime quindi – l’«assoluta novità della questione trattata» ed il «mutamento della giurisprudenza rispetto alle questioni dirimenti» – hanno carattere paradigmatico e svolgono una funzione parametrica ed esplicativa della clausola generale.

BIBLIOGRAFIA:

  • Cost.sent.n.77/2018
  • P. Luiso, Diritto processuale civile, volume I, Giappichelli, 2017.

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