Recesso brutale dall’apertura di credito

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L’Art. 1845 c.c. stabilisce che, salvo patto contrario, un istituto di credito possa recedere da un contratto di apertura di credito a tempo determinato non prima dello scadere del termine. Ciò è però possibile in presenza di giusta causa. Per i contratti a tempo indeterminato ciascuna parte può recedere ad nutum dal contratto mediante preavviso nel termine stabilito dal contratto, dagli usi, o in mancanza, in quello di quindici giorni.

È facile però comprendere come il recesso di una in particolare delle parti contrattuali possa avere risvolti particolarmente gravosi. Il riferimento è ovviamente agli istituti di credito: il recesso di questi da contratti di apertura di credito o altre forme di finanziamento ha portato, in diversi casi, a crisi spesso definitive delle imprese che vi si sostenevano e ciò in particolare in periodi di crisi economica. Il recesso degli istituti di credito da tali contratti appare quindi un argomento particolarmente sensibile e per il quale propongo quindi un breve catalogo dei criteri che sono stati delineati per valutare la legittimità di tali recessi e l’eventuale conseguente responsabilità degli istituti di credito.

Il recesso dal contratto di apertura di credito è sicuramente un atto recettizio produttivo di effetti a partire dal momento in cui la controparte riceve la relativa dichiarazione.  Posto infatti che, in termini generali, l’atto di recesso dal contratto è da sempre considerato atto recettizio da dottrina e giurisprudenza, la natura recettizia del recesso dal contratto di apertura di credito in particolare è stata invece oggetto di discussione. Si è affermato infatti che la parola “immediatamente” contenuta nel secondo comma dell’Art. 1845 c.c. valga a precisare la volontà del legislatore di derogare alla normale disciplina delle dichiarazioni recettizie. Guardando infatti ad altre norme disciplinanti casi di recesso per giusta causa in altri contratti di diverso tipo (si veda l’Art. 1569 circa la Somministrazione, l’Art. 1671 circa l’Appalto, l’Art. 2285 circa il recesso del singolo socio, l’Art. 2237 circa le prestazioni d’opera intellettuale e così via) tale precisazione è invece assente. Si dovrebbe quindi concludere che la conoscenza o la conoscibilità del recesso da parte del destinatario sarebbe del tutto irrilevante e che gli effetti del recesso si produrrebbero dall’esatto momento in cui la banca emette la sua dichiarazione. Tuttavia tale tesi non ha mai trovato riscontro nelle decisioni giurisprudenziali. È stato invece ritenuto che tale avverbio valga piuttosto a differenziare temporalmente i diversi effetti della dichiarazione di recesso in ogni caso subordinati alla ricezione della dichiarazione dalla controparte: la sospensione della possibilità di usare il credito si configurerebbe immediatamente e, invece, in seguito si costituirebbe l’obbligo di restituzione delle somme utilizzate. La tesi della natura recettizia del recesso da tali contratti è stata infine affermata da Cass. n. 15066/2000.

Quanto alla forma, il recesso deve essere esercitato in forma scritta ad substantiam. Non è necessario dilungarsi su questo punto, basti notare che la l’obbligo di forma scritta è stato generalmente imposto con l’Art. 3 l. 17 febbraio  1992 n. 154 a tutti i contratti relativi a servizi e operazioni bancarie. Nel regime precedente era consentita la conclusione per facta concludentia alla luce del comportamento rilevante della banca e, conseguentemente, era affermata la libertà di forma anche per il relativo recesso. In tal senso, Cass. n.17090/2008 ha infatti escluso l’obbligo di forma scritta per un contratto stipulato in data anteriore all’entrata in vigore del nuovo regime sopra esposto. L’atto di recesso priva di forma scritta sarà senz’altro nullo e improduttivo di effetti.

Un’ulteriore ipotesi di illegittimità del recesso dell’istituto di credito si ha nel caso di violazione dell’obbligo di preavviso nel caso di contratti di apertura di credito a tempo indeterminato. Tale violazione si ha nel caso in cui la banca non rispetti semplicemente il termine di preavviso oppure anche nel caso in cui invii una comunicazione priva di una espressa e chiara volontà di recedere dal contratto in corso.

In merito è rilevante la durata  del preavviso stabilito nel contratto. Quale la durata perché possa essere considerato idoneo? Secondo l’Arbitro Bancario Finanziario di Napoli il preavviso sarebbe da considerarsi idoneo – e quindi legittimo – laddove la banca consenta comunque al cliente “di continuare a operare sul conto corrente nonostante l’avvenuta comunicazione per un lasso di tempo temporale sufficiente a consentirgli di ricercare un’altra controparte contrattuale e a evitare eccessive difficoltà nello svolgimento dell’attività imprenditoriale dello stesso (ABF Napoli, 29 maggio 2012, n. 1738). La tempistica dovrebbe poi consentire al cliente “il reperimento della provvista per il saldo del conto” (Trib. Verona 24 dicembre 2012, n. 8617).

È altresì importante la portata dell’autonomia negoziale lasciata parti ai sensi dell’Art. 1845 c.c. in merito alla scelta del termine di preavviso. Secondo orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità il termine può essere fissato, salvo il rispetto della buona fede nell’esecuzione del contratto (punto su cui tornerò in seguito), anche in un solo giorno oppure addirittura escluso (così Cass. n. 2642/2003; Cass. n. 9307/1994; Cass. n. 11566/1993). Merita di notare però che, contrariamente a tale orientamento costante, l’ABF Roma nella decisione n. 4155 del 2015  ha invece negato la possibilità di escludere del tutto un termine di preavviso. In motivazione, il collegio arbitrale ha sostenuto che un tale recesso ad nutum della banca comporterebbe una grave e irragionevole penalizzazione del cliente, privato di colpo del finanziamento. In tale decisione pertanto, il collegio ha disatteso la previsione pattizia che escludeva l’obbligo di preavviso ed ha invece ritenuto applicabile il termine di 15 giorni previsto dal comma terzo dell’Art. 1845.

Circa la chiarezza e completezza del preavviso si può citare il caso deciso da ABF Roma n. 5680/2013 dove un semplice messaggio di posta elettronica in cui si affermava “l’urgenza di un contatto” da parte del cliente, ma senza alcuna menzione della volontà di recedere, non è stato ritenuto idoneo preavviso.

In conseguenza alla violazione dell’obbligo di preavviso, l’istituto di credito può incorrere in responsabilità risarcitoria ma lo scioglimento del contratto è efficace.

Nel contratto di apertura di credito a tempo determinato, salvo giusta causa, il recesso è possibile prima del termine solo per giusta causa; nei contratti a tempo indeterminato, invece, la giusta causa esclude l’obbligo di preavviso. In generale si rinviene una giusta causa di recesso ogni volta in cui emergano indici sintomatici dello stato di insolvenza del cliente. La valutazione del proprio cliente spetta infatti sempre alla banca e laddove questa si convinca che la controparte non sarà in grado di far fronte al debito con essa, avrà diritto di recedere. In tale valutazione la banca non ha però totale libertà e discrezionalità: la valutazione della capacità imprenditoriale del cliente  va pur sempre eseguita alla luce del canone della buona fede contrattuale ex Art. 1375 c.c.  Nel caso in cui infatti il recesso della banca appaia non retto da una obiettiva valutazione della condizione del cliente si è parlato in giurisprudenza di “rottura brutale del finanziamento”. L’improvviso recesso della banca può quindi a volte apparire infondato e risultare distruttivo per il cliente. Si è infatti affermato che “la banca non può recedere con modalità del tutto impreviste ed arbitrarie, tali da contrastare con la ragionevole aspettativa del cliente che, in base ai rapporti usualmente mantenuti dalla banca ed all’assoluta normalità commerciale dei rapporti in atto, abbia fatto conto di poter disporre della provvista redditizia per il tempo previsto” (Cass. n. 9321/2000) .  Tale principio di buona fede nell’esecuzione del contratto ovviamente prescinde da qualsiasi previsione contrattuale: “il principio di correttezza e buona fede nell’esecuzione del contratto […] impone a ciascuna parte del rapporto obbligatorio di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra e costituisce un dovere giuridico autonomo a carico delle parti contrattuali a prescindere da specifici obblighi contrattuali” (Cass. n. 21250/2008). Ma non solo, anche nel caso in cui le parti avessero effettivamente previsto specifiche ipotesi di giusta causa di recesso immediato, nondimeno “il giudice deve compiere una valutazione complessiva del comportamento reciproco delle parti del contratto, al fine di rendere possibile una corretta analisi del principio di buona fede contrattuale (Cass. n. 6923/2005).

Da ultimo, nei contratti a tempo determinato è possibile per le parti, ai sensi dell’Art. 1845 comma primo,  prevedere in via pattizia la possibilità per la banca di recedere senza giusta causa e prima del termine pattuito. Tuttavia anche in tali casi la banca è comunque tenuta ad agire nel rispetto del principio di buona fede e sarà da considerarsi illecito il recesso esercitato in modalità imprevedibili ed arbitrarie, in particolare laddove sia in contrasto con la ragionevole aspettativa del debitore che faccia affidamento sui rapporti usualmente tenuti fino ad allora con la banca e sulla normalità dei rapporti in atto (Cass. n. 9321/2000; Cass. n. 6186/2008).

In conclusione, quale che sia il contenuto del contratto, il recesso dal contratto di apertura di credito alla luce del principio di buona fede deve esser esercitato per tutelare un interesse meritevole della banca e cioè l’interesse a non continuare il rapporto di finanziamento ove vi siano indici sintomatici dell’insolvenza.  La violazione di tale principio espone la banca a responsabilità contrattuale.

GUGLIELMO UBOLDI

Fonti:

  • La buona fede nel recesso della banca nei contratti di aperture di credito, Azzurra Fodra in Questione giustizia 3, 2017
  • Recesso abusivo dal contratto di apertura di credito, in Dirittobancario.it
  • Osservazioni in tema di recesso della banca e clausola generale di buona fede, Gabriele Grosso in Giur. Comm., 2, 2010, p. 233
  • A proposito del recesso ad nutum dall’aperture di credito – brevi note, Marco Spada in Banca borsa tit. cred., 2, 2002, p. 109
  • “Il recesso”, G. Gabrielli – F. padovani in Enc. Dir. XXXIX, 1988, p. 42
  • n. 15066/2000
  • n.17090/2008
  • n. 2642/2003
  • n. 9307/1994
  • n. 11566/1993
  • n. 9321/2000
  • n. 21250/2008
  • n. 6923/2005
  • n. 9321/2000
  • n. 6186/2008
  • ABF Napoli, 29 maggio 2012, n. 1738
  • ABF Roma, n. 4155 del 2015
  • ABF Roma n. 5680/2013