QUANDO LE DICHIARAZIONI DANNO LUOGO A RESPONSABILITÀ: l’esperienza inglese del tort of deceit e le sue possibili applicazioni oggi

SOMMARIO GENERALE
introduzione – le particolari caratteristiche del tort of deceit – la falsa rappresentazione della realtà – conclusioni e spunti di riflessione

 

INTRODUZIONE

L’era digitale ha progressivamente determinato un allargamento della libertà di espressione in capo ai singoli individui. Ciononostante, specialmente in rete, la difficile regolamentazione delle dichiarazioni ha dato luogo a non poche difficoltà dentro e fuori le aule giudiziarie, specialmente quando le stesse hanno determinato una violazione della riservatezza di un soggetto o lo hanno indotto ad azioni che altrimenti non avrebbe intrapreso. Come si possono interpretare le dichiarazioni rilasciate nei diversi contesti del mondo online? L’esperienza del diritto comparato permette, fra gli altri vantaggi, di comprendere come determinate fattispecie vengano trattate, analizzate e gestite da altri sistemi giuridici, riflesso naturale di particolari esperienze storiche, sociali e culturali tipiche di date aree del globo. A tal proposito, il diritto di matrice inglese ha, da sempre, votato un’attenzione particolare alla protezione dell’integrità morale degli individui ed alla tutela della loro riservatezza, tematica molto cara al legislatore nazionale ed europeo di questi anni. Propriamente su questa scia si collocano le figure di illecito e di reato volte a reprimere e punire le condotte lesive di tale riservatezza.

Anticipando e superando altre realtà, l’esperienza inglese ha portato a ritenere che anche le dichiarazioni (statements nella dicitura anglofona) possano determinare l’insorgenza di un danno, anche se fondate, qualora rappresentino un’indebita invasione della privacy di una persona o violino la riservatezza di un rapporto che intercorre con essa.

Nell’analizzare detta condizioni occorre avvicinarsi al concetto di tort, nozione forse non così agevole e affine per il giurista formatosi prevalentemente in ambiente di civil law, ma che ha permesso a molti sistemi di common law la tipizzazione di una più ampia pluralità di differenti fattispecie.

In primo luogo, una dichiarazione può costituire un danno per la reputazione del soggetto coinvolto qualora risulti diffamatoria e venga resa pubblica, anche da terzi (tort of defamation). In secondo luogo, i personal statements possono causare shock emotivo alla persona nei confronti della quale gli stessi sono diretti (una particolare area del tort of trespass come codificata in Wilkinson c. Downton[1]). Le affermazioni personali possono, poi, indurre un soggetto a compiere un’azione o a effettuare una scelta (che, in difetto delle quali non avrebbe intrapreso) che lo conduca infine ad una perdita. Da ultimo, le dichiarazioni rilasciate su un individuo possono spingere altri soggetti ad agire a danno dell’interessato (ancorché i terzi coinvolti agiscano in modo totalmente legittimo).

LE PARTICOLARI CARATTERISTICHE DEL TORT OF DECEIT

Il tort of deceit, attiene normalmente alla deliberata interferenza con gli interessi economici in un affare o in un contratto, ciononostante, la giurisprudenza in materia di dichiarazioni o affermazioni (come anticipato, nella dicitura inglese di statements) denota la presenza di alcuni caratteri comuni che contribuiscono a rendere tale tort una figura particolare, meritevole di trattazione separata.

È necessario osservare brevemente l’evoluzione di tale interpretazione, muovendo dai casi più risalenti, per giungere sino all’approccio contemporaneo. Primariamente, si osserva come sin dalla pronuncia sul caso Pasley c. Freeman[2] la regola generale riteneva responsabile colui che avesse rilasciato coscientemente o incautamente dichiarazioni o affermazioni false[3]. In tali circostanze, era necessario per l’attore dimostrare che il convenuto avesse adottato una condotta coscientemente ingannevole o che avesse operato con superficialità, senza curarsi di operare alcun accertamento relativamente alla veridicità delle informazioni in suo possesso.

Tale avviso, però, iniziò a mutare con alcune importanti considerazioni della Camera dei Lord, emerse in occasione di note pronunce, quali quella su caso Hedley Byrne.[4] In tali circostanze, si stabilì che potessero essere ritenuti responsabili anche i fautori di dichiarazioni false, ancorché rilasciate in buona fede e per negligenza. Ci si potrebbe, dunque, domandare quale debba essere il peso di tali dichiarazioni nel determinare il comportamento finale dell’attore. Ebbene, tale questione pare non rilevare per le Corti inglesi che hanno chiaramente statuito[5] come non sia necessario domandarsi il reale peso di una certa dichiarazione e neppure indagare se il ricorrente avrebbe agito diversamente in difetto di detto statement. Qualora il claimant sia in grado di provare di essere stato indotto a concludere una certa transazione mediante una dichiarazione falsa o errata, i requisiti per un’azione di deceit risultano pienamente ottemperati.

Come conseguenza di ciò, emerge quindi il delicato tema dei c.d. ambiguous statements: affermazioni che, in funzione della modalità con la quale sono formulate o del loro contenuto, possono dare luogo a diverse interpretazioni senza che emerga con chiarezza quella che si suppone essere quella più attinente alla realtà. La sentenza Smith c. Chadwick[6] ha contribuito a gettare le basi per l’interpretazione giuridica di tali circostanze: secondo la Corte, in presenza di dichiarazioni ambigue, il ricorrente deve dare prova (i) del senso cha egli ha attribuito a detti statements, (ii) del fatto che, una tale interpretazione rende false le dichiarazioni stesse e (iii) che il convenuto volesse chiaramente che egli interpretasse dette dichiarazioni in quel modo o che lo stesso abbia volutamente fatto uso di una formulazione ambigua per trarre in inganno il ricorrente.

LA FALSA RAPPRESENTAZIONE DELLA REALTÀ

La rappresentazione ingannevole di una realtà di fatto, che vede integrata la fattispecie di deceit, non deve essere necessariamente condotta dal convenuto ma può essere messa in pratica anche da terzi con i quali il convenuto intrattiene una relazione. Per comprendere la portata di tale statement (sia esso esplicito o implicito) è necessario condurre un test oggettivo, che permetta di appurare in che modo siffatta rappresentazione dei fatti può avere indotto il convenuto a comportarsi diversamente da come avrebbe agito, in assenza della stessa.

Appare dunque evidente, come il richiamo generale sembri fare riferimento al solo individuo ragionevole, lasciando esclusi coloro che, per sorte o per condizioni, si trovino in posizioni svantaggiate nell’ambito di una qualsivoglia relazione interpersonale. Sono, infatti, altre le disposizioni che regolano il diritto di agire in giudizio di questi soggetti.

L’opinione personale, qualora rilasciata, include spesso la valutazione di un dato di fatto. La persona che esprime detta opinione può, quindi, dare l’impressione di essere in possesso di basi solide sulle quali sostanzia la sua affermazione. Qualora si determini l’assenza di tali basi, però, l’individuo può essere ritenuto responsabile di rappresentazione falsa o ingannevole della realtà e incorrere, dunque nell’obbligo di risarcire il danno patito da colui che, affidandosi all’opinione rilasciata, abbia subito un danno o una perdita economica.

Maggiore curiosità destano le mezza verità. Con il termine half-truths si intende una dichiarazione o una rappresentazione (effettuata mediante condotta o parole) che non necessariamente implicano una completa menzogna o, parafrasando Lord Justice Chelmsford: “Half the truth will sometimes amount to a real falsehood[7]”. Nel caso Legh c. Legh[8] del 1930, un uomo è vincolato da un accodo a cedere la metà del suo stipendio annuale alla moglie. Le invia la somma di £ 30.000,00 senza dichiarare alcunché, lasciando dunque intendere uno annual income pari a £60.000,00. Si scoprirà in seguito, però, che l’uomo guadagna annualmente £ 80.000,00. La Corte lo ritiene responsabile di deceit, pur non avendo egli dichiarato il falso (come sarebbe avvenuto qualora egli avesse denunciato un introito annuo di £ 60.000,00).

Il silenzio ingannevole è, invece, una figura meno consueta. È d’uopo premettere che il silenzio, stricto sensu, in assenza di altre condotte che lascino intendere una rappresentazione implicita della realtà, non può condurre ad un’azione per deceit. Ciò, naturalmente, non vale qualora un determinato soggetto si trovi sottoposto al preciso obbligo giuridico di rilevare le informazioni in suo possesso. In tale circostanza, il deliberato e volontario silenzio, e dunque la mancata comunicazione delle informazioni conosciute, costituisce la base sufficiente per agire in giudizio. Detta interpretazione ha trovato applicazione in un recente caso del 2006, Conlon e altri c. Simms[9], nel quale i soci di uno studio legale agivano contro un terzo ex partner, radiato dall’albo, per non averli informati delle sue precise condizioni professionali, prima di originare la partnership.

Va comunque ricordato che un’affermazione rilasciata in buona fede, sulla base di una genuina convinzione della sua veridicità, esime l’autore della stessa dalla responsabilità per deceit (posto, come detto, che nel caso si avveda dell’errore provveda tempestivamente a comunicarlo). La formulazione conclusiva ha visto le Corti trincerarsi dietro la solida idea che, in assenza di inconfutabili prove che il convenuto abbia agito con l’intento di ingannare il ricorrente, la presenza del c.d. fraudulent state of mind è da escludersi.

CONCLUSIONI E SPUNTI DI RIFLESSIONE

Nell’era che Zygmunt Bauman ha definito della “modernità liquida”, l’attenzione alle dichiarazioni e alle affermazioni è andata via via evolvendosi per lasciare spazio, specialmente in certe realtà sociali ad un connubio irrealistico di totale disinteresse e di esaltata censura. Se da un lato, la crescita della rete ha portato con sé un generale allargamento della possibilità di espressione, lo stesso non sempre si accompagna con una, forse doverosa, conoscenza dei contenuti trattati e da una necessaria cautela nel rilasciare dichiarazioni personali. Queste ultime, infatti, sono spesso presentate quali verità scientifiche ma l’esistenza di dati a sostegno è, sovente, quantomeno dubbia. Alla libertà di espressione senza filtri fa spesso da contraltare l’attenzione spasmodica al dettaglio, all’interpretazione letterale di quanto affermato da un dato soggetto che può trovarsi immediatamente accusato di aver dichiarato il falso, magari sulla sola base di un’affermazione infelice rilasciata con semplice leggerezza.

Affermava Ludwig Wittgenstein: “il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte, e non ti raccapezzi più[10]”. Mutatis mutandis, la situazione è simile a quella che deve fronteggiare oggi il legislatore, oscillante tra il controllo rinforzato e il rispetto della libertà di esprimere idee anche ontologicamente sbagliate.

Il dibattito sulla regolamentazione della libera espressione in rete si acuisce con il passare del tempo e forse, in tal senso, la consolidata esperienza del diritto inglese in materia di dichiarazioni può fornire un contribuito rilevate alla riflessione critica e anche alla revisione normativa.

NOTE

[1] Wilkinson c. Downton (1897) EWHC 1 (QB) 2 QB 57

[2] Pasley c. Freeman (1789) 3 T.R. 51

[3] La dicitura originale impiega i termini knowingly e recklessly, definendo quest’ultimo come disinteresse relativamente alla veridicità di quanto affermato. Per maggiori dettagli sul tema si rimanda a: Peel W., Goudkamp J., Winfield and Jolowicz on Tort, Londra, Sweet and Maxwell, 2014, pp. 321 ss.

[4] Hedley Byrne & Co Ltd c. Heller & Partners Ltd (1964) A.C. 465

[5] Parabola Investments Ltd c. Browallia Cal Ltd (2009) EWHC 901; Downs c. Chappell (1997) 1 W. L. R. 426

[6] Smith c. Chadwick (1884) 9 App. Cas. 187

[7] Peek c. Gurney (1873) L. R. 6 H. L. §392

[8] Legh c. Legh (1930) 143 L. T.

[9] Conlon e altri c. Simms (2006) EWCA Civ 1749

[10] WITTGENSTEIN L., Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967

BIBLIOGRAFIA GENERALE:

  • Peel W., Goudkamp J., Winfield and Jolowicz on Tort, Londra, Sweet and Maxwell, 2014
  • Spector R. G., Marital Torts: the Current Legal Landscape, University of Oklahoma, Family Law Quarterly, Vol. 33, n. 3, 1999
  • Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1967