La compensatio lucri cum damno nella recente giurisprudenza civile e amministrativa

foto di Cristina Bosso

foto di Cristina Bosso

  1. Premessa

Nell’ordinamento giuridico non è possibile rinvenire una norma che disciplini in via generale la compensatio lucri cum damno, ovvero l’istituto che impone di defalcare dalla somma dovuta a titolo di risarcimento del danno gli eventuali vantaggi derivati al danneggiato in conseguenza del prodursi del danno. L’istituto può essere inquadrato nell’ambito del risarcimento per fatto illecito e persegue la finalità di impedire che il danneggiato tragga un guadagno o un arricchimento dal risarcimento del danno e ne risulti così, paradossalmente, avvantaggiato.

Il fondamento di tale istituto è stato individuato nell’art. 1223 c.c., a mente del quale “il risarcimento del danno per l’inadempimento o per il ritardo deve comprendere così la perdita subita dal creditore come il mancato guadagno, in quanto ne siano conseguenza immediata e diretta”. Si tratta della norma cardine in tema di risarcimento, in grado di stabilire quali poste debbano essere incluse e quali invece non possano trovare spazio. Come noto, l’art. 1223 c.c. include sia il c.d. danno emergente, cioè la somma corrispondente alla perdita subita dal danneggiato, sia il c.d. lucro cessante, ossia il mancato guadagno, purché siano entrambi conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento o del ritardo.

Da tale previsione discendono sia il principio di integralità del risarcimento sia quello di indifferenza. Quest’ultimo risulta strettamente collegato alla compensatio lucri cum damno, in quanto, come affermato dalla Corte di Cassazione sin dagli anni Settanta, il danneggiato, una volta ripagato del pregiudizio subito, deve collocarsi nella stessa “curva di indifferenza” in cui si sarebbe trovato se non avesse subito l’illecito, non potendo il risarcimento del danno costituire fonte di arricchimento (Cass., Sez. 3, 11 luglio 1978, n. 3507).

Come anticipato, non vi è una previsione generale che disciplini la compensatio, tuttavia, la presenza di alcune specifiche disposizioni di settore ha incoraggiato la riflessione di dottrina e giurisprudenza sul punto. Fra di esse, si veda l’art. 1 della legge n. 20/1994, riguardante responsabilità dei soggetti sottoposti alla giurisdizione della Corte dei conti in materia di contabilità pubblica, il cui comma 1 bis sancisce che nel giudizio di responsabilità si tenga conto anche dei vantaggi eventualmente conseguiti dall’amministrazione a seguito del comportamento degli amministratori o dei dipendenti sottoposti a giudizio. Allo stesso modo, l’art. 33, comma 2, d.P.R. n. 327/2001, in tema di espropriazione per pubblica utilità, prevede che, in caso di esproprio parziale di un bene unitario, se dall’esecuzione dell’opera deriva un vantaggio immediato e speciale alla parte non espropriata del bene, dalla somma relativa al valore della espropriata è detratto l’importo corrispondente al medesimo vantaggio.

Messi in luce i principali interrogativi in tema di compensatio, occorre analizzare gli ultimi arresti della giurisprudenza di legittimità sul punto, particolarmente utili al fine di comprendere la ratio e l’effettiva portata dell’istituto.

 

  1. La pronuncia relativa al disastro aereo di Ustica, Cass. SS UU, 22 maggio 2018, n. 12565

Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione si sono di recente pronunciate in tema di compensatio lucri cum damno, chiarendo in quali casi e in che modo debba operare.

Il caso di specie riguardava la vicenda del disastro aereo di Ustica, nel quale erano decedute 81 persone e il velivolo di proprietà della società Itavia era andato distrutto. Dopo un lungo iter processuale, la Corte d’Appello di Roma si pronunciava, nell’ottobre 2013, condannando il Ministero della difesa e il Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, rei di non aver garantito la regolare navigazione aerea e la sicurezza del volo, al pagamento di una somma di denaro a favore di Itavia, a titolo di risarcimento del danno. Tuttavia, il giudice di merito non riteneva che andasse incluso anche il danno per la perdita dell’aereo e il danno conseguente alla revoca delle concessioni di volo, avendo la società già incassato un indennizzo assicurativo da parte della propria compagnia assicuratrice. A fronte di tale decisione, le amministrazioni soccombenti e la società proponevano, rispettivamente, ricorso e controricorso.

Il nocciolo della questione riguardava proprio l’operatività o meno della compensatio lucri cum damno nel caso di specie, ovvero se la somma di denaro già percepita dalla società Itavia a titolo di indennizzo andasse scomputata o meno dal quantum spettante a titolo di risarcimento del danno. I giudici di legittimità ripercorrevano, a tal fine, gli orientamenti sviluppatisi sul punto in seno alla Corte.

Secondo un primo filone giurisprudenziale, è possibile cumulare l’indennità assicurativa e il risarcimento del danno se l’assicuratore non esercita la surrogazione di cui all’art. 1916 c.c., ossia il meccanismo di successione a titolo particolare che consente all’assicuratore di subentrare nel diritto di credito che il danneggiato vanta nei confronti del danneggiante. Se l’assicuratore, dopo aver corrisposto l’indennizzo, comunica al terzo di volersi avvalere della facoltà di surrogazione nel diritto dell’assicurato, allora la richiesta di risarcimento del danno sarà preclusa al danneggiato. Se tale facoltà non viene esercitata, non è preclusa la possibilità per il danneggiato di percepire anche il risarcimento del danno, in quanto la compensatio lucri cum damno non opererebbe, trattandosi di titoli diversi: da un lato, si ha il fatto illecito quale fonte dell’obbligazione ex art. 1173 c.c., dall’altro lato, si ha il contratto di assicurazione.

Secondo un altro orientamento, non vi è mai spazio per il cumulo, poiché, sulla base del principio di integralità del risarcimento, una volta percepito l’indennizzo da parte del danneggiato verrebbe meno il suo diritto di credito nei confronti del responsabile dell’illecito; se invece il cumulo fosse possibile, il danneggiato avrebbe paradossalmente un interesse positivo alla commissione del fatto, essendo per lui occasione di arricchimento.

La questione rimessa alle Sezioni Unite riguardava, in particolare, la possibilità di configurare la compensatio lucri cum damno quale principio generale del diritto civile o meno. La Corte individuava l’art. 1223 c.c. quale fondamento dell’istituto perché espressione della regola della causalità giuridica. Tale regola si rivelava essenziale nel caso di specie in cui il danneggiato, la società Itavia, vantava due diritti di credito nei confronti di due soggetti diversi, instaurandosi, così, un duplice rapporto bilaterale, basato su titoli differenti, il contratto assicurativo e la responsabilità da fatto illecito. Se invece vi fosse stata unicità del titolo e del soggetto obbligato, allora non vi sarebbero stati dubbi circa l’operatività della compensatio lucri cum damno, essendo il vantaggio e il danno conseguenza immediata e diretta del fatto illecito. A parere dei giudici di legittimità, il criterio del nesso causale rappresenterebbe la chiave di volta e andrebbe inteso non quale coincidenza formale dei titoli, bensì quale collegamento funzionale tra la causa dell’attribuzione patrimoniale e l’obbligazione risarcitoria. Inoltre, a fungere da raccordo fra il rapporto assicurativo e il rapporto di danneggiamento sarebbe proprio il meccanismo di surrogazione di cui all’art. 1916 c.c., il quale opererebbe in automatico, senza la necessità che l’assicuratore manifesti la propria volontà in tal senso, essendo sufficiente il pagamento dell’indennizzo. La Corte richiamava, altresì, le tre finalità della surrogazione evidenziate dalla dottrina: la salvaguardia del principio indennitario, per cui la prestazione assicurativa non può divenire fonte di arricchimento per l’assicurato; la conservazione del principio di responsabilità, in virtù del quale non è possibile “premiare” il responsabile del fatto illecito, lasciandolo andare esente dall’obbligazione risarcitoria per il sol fatto che il danneggiato ha stipulato una polizza assicurativa; infine, consentire all’assicuratore di recuperare la somma erogata a titolo di indennità.

Alla luce di tali osservazioni, le Sezioni Unite affermavano che nel caso di specie era necessario scomputare quanto percepito dalla società Itavia in termini di indennizzo, in quanto anche tale somma era stata percepita in conseguenza del fatto illecito, essendovi un identico pregiudizio alla base.

 

  1. La compensatio lucri cum damno al vaglio del giudice amministrativo, Consiglio di Stato, A.P., 23 febbraio 2018, n. 1

Anche il Consiglio di Stato si è di recente pronunciato in tema di compensatio lucri cum damno in un caso relativo al danno cagionato a un dipendente da parte del datore di lavoro pubblico; in particolare, la vicenda riguardava la possibilità o meno per il dipendente di percepire sia una somma risarcitoria a titolo di risarcimento del danno causato dall’aver aspirato l’amianto presente nei luoghi di lavoro sia l’indennizzo conseguente al riconoscimento dell’infermità da causa di servizio.

Il giudice amministrativo, approcciandosi alla questione, sottolineava la centralità dell’art. 1223 c.c. e della regola causale ivi delineata, rammentando, anche alla luce della recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, che la funzione del risarcimento del danno non può essere ritenuta punitiva, in ossequio al richiamato principio di indifferenza.

Nella vicenda oggetto di causa vi era una situazione in parte differente da quella posta all’attenzione delle Sezioni Unite: vi era, infatti, un’unica condotta e un unico soggetto obbligato in virtù di due diversi titoli, idonei, secondo la prospettiva del danneggiato, a giustificare la condanna della pubblica amministrazione al pagamento sia dell’indennità per infermità dovuta a causa di servizio sia del risarcimento del danno alla salute subito.

Al fine di dipanare la matassa, i giudici si interrogavano sui titoli fondanti le due diverse obbligazioni e sulla loro natura. Da un lato, quanto alla responsabilità del datore di lavoro pubblico per il danno alla salute causato al dipendente, la norma di riferimento veniva individuata nell’art. 2087 c.c., a mente del quale “l’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”; tale responsabilità viene pacificamente considerata come contrattuale. Dall’altro lato, l’obbligo per il datore di corrispondere l’indennità per infermità trovava fondamento nell’art. 68, comma ottavo, del d.P.R. n. 3/1957, che recita: “per le infermità riconosciute dipendenti da causa di servizio, è a carico dell’amministrazione la spesa per la corresponsione di un equo indennizzo per la perdita dell’integrità fisica eventualmente subita dall’impiegato”; tuttavia, tale responsabilità poteva essere considerata extracontrattuale o contrattuale, a seconda che dipendesse da un fatto illecito o da un fatto lecito dannoso, essendo la nozione di indennità compatibile con una condotta che integri un atto illecito o un atto lecito dannoso. La sovrapposizione fra i due titoli contrattuali si avrebbe, dunque, solamente configurando quest’ultima responsabilità come contrattuale. In ogni caso, il collegio evidenziava che “il bene protetto è anche in questo caso l’integrità psico-fisica del dipendente ed essa costituisce non l’occasione, ma la causa giustificativa dell’attribuzione patrimoniale”. In conclusione, il Consiglio di Stato perveniva alla medesima soluzione adottata dalla Corte di Cassazione, ovvero l’impossibilità di cumulare le due somme di denaro, in quanto la presenza di una condotta unica responsabile che fa sorgere in capo ad un soggetto due obbligazioni da atto illecito, aventi finalità compensativa, determina la nascita di “rapporti obbligatori sostanzialmente unitari” che conducono all’attribuzione di un’unica prestazione patrimoniale.