Un altro passo verso lo stare decisis: i motivi di ricorso per cassazione devono articolarsi in critiche specifiche alla giurisprudenza di legittimità.

L’ordinanza della Corte di cassazione 2 marzo 2018, n. 5001 compie un passo ulteriore nell’analisi del funzionamento pratico del c.d. “filtro in Cassazione” di cui all’art. 360-bis, n. 1, c.p.c., con specifico riferimento agli oneri argomentativi di cui i ricorrenti sono investiti, ai sensi dell’art. 366, n. 4, c.p.c. nella redazione dei motivi di ricorso proposto avverso una sentenza conforme alla giurisprudenza di legittimità. Nel fornire queste indicazioni, la Cassazione formula anche, incidentalmente, alcune osservazioni sulla crescente importanza della propria funzione nomofilattica e sull’ormai inesorabile avanzare del principio dello stare decisis nell’ordinamento italiano.

– Con l’ordinanza in commento, la Cassazione, dichiarati inammissibili tutti e quattro i motivi cui il ricorso era stato affidato, sceglie di avvalersi dello strumento nomofilattico di cui all’art. 384, comma primo, c.p.c. – finalizzato alla risoluzione di una questione di diritto di particolare importanza – e di enunciare il seguente principio di diritto: “Ove col ricorso per cassazione si denunci la violazione o la falsa applicazione di norme di diritto, processuali o sostanziali, il principio di specificità dei motivi di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, deve essere letto in correlazione col disposto dell’art. 360-bis c.p.c., n. 1; è pertanto inammissibile per difetto di specificità, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 360-bis c.p.c., n. 1, il motivo di ricorso che, nel denunciare la violazione di norme di diritto, ometta di raffrontare la ratio decidendi della sentenza impugnata con la giurisprudenza della Corte e, ove la prima risulti conforme alla seconda, ometta di fornire argomenti per mutare giurisprudenza”.

Nel caso di specie, e limitando il nostro esame al quarto motivo di ricorso – con cui l’impugnante denunciava la “la violazione degli artt. 871, 872, 2697, 2043 e 1226 c.c., per avere la Corte di Appello liquidato equitativamente il danno in modo arbitrario”, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c. –, la Cassazione imputava al ricorrente di non aver “raffrontato la decisione impugnata con la consolidata giurisprudenza della Corte sul punto” e di non avere, conseguentemente, formulato un motivo sufficientemente specifico da superare il vaglio di ammissibilità di cui all’art. 366, comma 1, n. 4, da leggersi in combinato disposto con l’art. 360-bis, n. 1, c.p.c.

Per addivenire a tale soluzione, la Corte così sviluppava il proprio ragionamento: in primo luogo, chiariva la portata dell’art. 360-bis, n. 1, c.p.c., oggetto d’accese discussioni, riportando le conclusioni recentemente adottate dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 7155 del 2017; in secondo luogo, illustrava l’onere di specificità dei motivi stabilito, a pena d’inammissibilità, dall’art. 366, comma primo, n. 4, c.p.c., suggerendone la lettura congiunta con l’art. 360-bis; in terzo luogo, forniva indicazioni operative ed istruzioni per la redazione del motivo di ricorso col quale si denunzi una violazione o falsa applicazione di norme di diritto, confermando che non è più sufficiente indicare la norma di legge che si assume violata, dovendosi altresì offrire una critica puntuale della giurisprudenza di legittimità che ha interpretato tale norma; infine, enunciava il summenzionato principio di diritto.

 

  1. – Quanto alla configurazione del c.d. “filtro in Cassazione” di cui all’art. 360-bis, n. 1, c.p.c., la Suprema Corte riprende le argomentazioni svolte nella recentissima Cass. SS.UU. n. 7155/2017, intervenuta a dirimere la vexata quaestio della qualificazione della sanzione ivi prevista in termini di inammissibilità ovvero di manifesta infondatezza (come era stato precedentemente affermato dalle stesse Sezioni Unite, Cass. n. 19051/2010). Alla luce dell’orientamento richiamato, la disposizione processuale de qua configura una peculiare forma di inammissibilità “meritale” o “sostanziale”, che ricorre nel caso in cui i motivi articolati nel ricorso non offrano sufficienti elementi idonei ad indurre la Cassazione a modificare il proprio orientamento consolidato, nel caso in cui la sentenza gravata sia conforme alla “giurisprudenza della Corte” stessa (nozione recentemente reinterpretata in maniera più estensiva, rispetto a quanto espresso nelle “Linee guida per il funzionamento della sesta sezione civile” diffuse con circolare del Primo Presidente nel 2016, da Cass. 4366/2018, che ha chiarito: “la presenza di un precedente di legittimità, quand’anche unico e perfino remoto, ma univoco e chiaro è idonea a fare ritenere la sussistenza di un orientamento interpretativo da qualificarsi consolidato, visto che non si è mai evidentemente apprezzata la necessità di rimetterlo in discussione”), ed è ritenuta agevolmente percepibile ad un sommario esame del ricorso, ben prestandosi ad un vaglio preliminare di ammissibilità.

A voler condurre una breve riflessione d’ordine generale sulle tendenze evolutive che hanno recentemente interessato il nostro sistema delle impugnazioni, a fianco dell’art. 360-bis pare opportuno segnalare l’art. 348-ter. In maniera analoga, seppur non identica, a quello che l’art. 360-bis prevede per il ricorso in Cassazione, l’art. 348-ter istituisce un filtro in appello, che – per come è interpretato ed applicato – di fatto consente ai giudici di dichiarare inammissibile l’appello proposto avverso una sentenza di primo grado che si ponga “in linea” rispetto a più precedenti conformi.

La recente introduzione di queste due disposizioni (l’una nel 2009, l’altra nel 2012) all’interno del codice di rito ha segnato una considerevole “rivoluzione” nel sistema processuale italiano, nonché un innegabile avvicinamento ai sistemi di common law. Era infatti prima sconosciuto all’ordinamento italiano l’istituto del “filtro alle impugnazioni”, che invece da sempre caratterizza l’ordinamento processuale inglese, ove, per impugnare una sentenza dinanzi alle giurisdizioni superiori, è necessario ottenere il c.d. “leave to appeal”; tale strumento subordina l’esame delle impugnazioni ad una valutazione discrezionale dei giudici d’appello o dei giudici della Corte Suprema, i quali accettano di decidere unicamente i gravami proposti avverso sentenze non conformi ai propri orientamenti od attinenti a questioni giuridiche di particolare importanza (si pensi alle Civil Procedure Rules, 52.3(6)(b), che richiedono “qualche […] ragione imperativa per la quale l’appello dovrebbe essere esaminato”).

Istituendo il filtro in appello ed il filtro in Cassazione, sembra che il legislatore italiano si stia muovendo in questa direzione.

– Il secondo, e principale, profilo affrontato dal provvedimento che si commenta attiene alla precisa declinazione, per superare il vaglio di ammissibilità, dell’onere di specificità dei motivi di ricorso sancito dall’art. 366, comma 1, n. 4, c.p.c. Posto che la disposizione ancora prevede che il ricorso debba contenere “i motivi per i quali si chiede la cassazione, con l’indicazione delle norme di diritto su cui si fondano, secondo quanto previsto dall’art. 366-bis” (ovvero nella forma di “quesiti di diritto”), ma che quest’ultima norma è stata abrogata contestualmente all’introduzione dell’art. 360-bis, la Cassazione ha ritenuto che “la specificità del motivo, prescritta dall’art. 366 c.p.c., n. 4, vada calibrata in relazione all’art. 360-bis c.p.c., n. 1”.

Premesso che “il motivo d’impugnazione è costituito dall’enunciazione delle ragioni per le quali la decisione è erronea e si traduce in una critica della decisione impugnata, non potendosi, a tal fine, prescindere dalle motivazioni poste a base del provvedimento stesso, la mancata considerazione delle quali comporta la nullità del motivo per inidoneità al raggiungimento dello scopo” (da ultimo, Cass. n. 1733/2015), non può ritenersi idoneo allo scopo, e dunque ammissibile in relazione all’art. 360-bis, il motivo che non dia conto della giurisprudenza di legittimità rilevante per la sentenza gravata e che non offra spunti o critiche atti a superare o confermare tali orientamenti.

– Declinando in concreto l’onere di specificità dei motivi appena descritto, la Cassazione enuncia le istruzioni da seguire allorché si lamenti la violazione o falsa applicazione di norme di diritto, che possono così riassumersi:

  1. indicazione delle norme di diritto che si assumono violate, non limitandosi ad una mera indicazione, ma dando conto del loro contenuto precettivo;
  2. specifica individuazione della ratio decidendi e raffronto della stessa con quelle adottate nella giurisprudenza di legittimità prevalente;
  3. enucleazione, là dove la sentenza gravata risulti conforme a giurisprudenza di legittimità, di argomenti idonei a provocare il superamento dell’orientamento giurisprudenziale seguito dai giudici di merito.

Tali indicazioni sono poi riprese e cristallizzate nel principio di diritto pronunciato in chiusura dell’ordinanza commentata, e riportato sub 1.

Così argomentando, di fatto, la Cassazione invita chi voglia proporre ricorso in sede di legittimità, nonché, indirettamente, gli stessi giudici chiamati a valutare l’ammissibilità dei ricorsi, ad adottare le medesime tecniche di ragionamento giuridico e di interpretazione di cui si servono i common lawyers. Rammentiamo che, mentre i giuristi di civil law, di norma, conducono un ragionamento di tipo sillogistico e deduttivo – verificando la sussumibilità della fattispecie concreta sotto la norma astratta –, quelli di common law ricercano precedenti che presentino una situazione di fatto analoga a quella del caso di specie, dopodiché ne estraggono la ratio decidendi e valutano se sostenerne l’applicazione, ovvero promuovere il distinguishing.

Questo è esattamente il tipo di ragionamento che la Cassazione suggerisce nel provvedimento in esame, sebbene sia incentrato sul diritto, anziché sul fatto: ricercare precedenti di legittimità che abbiano applicato la norma di diritto in relazione alla quale è formulata la censura; individuarne la ratio decidendi; verificarne l’applicabilità al caso concreto; in tal caso, e volendo distanziarsene, tentare di offrire elementi idonei a supportare il distinguishing.

Nel fornire tali indicazioni, i giudici supremi non sembrano interrogarsi su come i giuristi italiani – abituati ad uno studio sistematico, astratto ed incentrato sul diritto positivo – possano improvvisarsi common lawyers ed utilizzare efficacemente strumenti tipici di un sistema giuridico diametralmente (almeno in linea di principio) opposto, fondato sullo studio concreto, pratico e casistico del diritto.

 

  1. – In conclusione, al di là delle specifiche problematiche processuali affrontate, questa ordinanza risulta di estremo interesse, perché emblematica dei profondi cambiamenti che il nostro ordinamento sta attraversando (nella spasmodica rincorsa fra modifiche del diritto positivo ed evoluzioni del diritto vivente, laddove – a volte – non è dato del tutto a comprendere se siano le prime a rincorrere le seconde oppure viceversa). Per utilizzare le stesse parole della Cassazione, “il principio dello stare decisis […] si fa strada nel nostro ordinamento in funzione del potenziamento della funzione nomofilattica della Corte suprema e di uniformazione delle decisioni giurisprudenziali, presupposto indispensabile per assicurare l’eguaglianza dei cittadini”.

Questa frase racchiude perfettamente i propositi perseguiti e le iniziative intraprese, a partire dal 2005, dal legislatore, nonché le conseguenti reazioni dei giudici: ormai da anni l’uno e gli altri attori del diritto tentano di celare sotto la veste della nomofilachia la volontà di uniformarsi ai sistemi a precedente vincolante e di semplificare e/o ridurre la propria mole di lavoro, introducendo istituti estranei (quali i filtri alle impugnazioni ed il ragionamento sui precedenti), limitandosi ad attuare sporadici aggiustamenti e ad intaccare unicamente la superficie, lasciate invariate le fondamenta. Il risultato è che la Cassazione: da un lato, non è in grado di adempiere pienamente al proprio mandato nomofilattico, a detrimento dei principi di certezza del diritto e di uguaglianza dei consociati di fronte al diritto; dall’altro, avvedendosi del problema, finisce per adottare atteggiamenti sempre più formalistici (ad esempio, ampliando a dismisura la categoria dell’inammissibilità e limitando l’accesso alla Cassazione), a discapito dello ius litigatoris e dell’effettività della tutela giurisdizionale.

Non è quindi possibile, né auspicabile, “trapiantare” in un sistema di diritto codificato, fondato sulla separazione dei poteri e sulla soggezione del giudice alla sola legge, concetti e categorie che non ne sono propri, a meno di predisporre adeguatamente il terreno, manifestare chiaramente i reali propositi perseguiti ed avviare un percorso di riforma graduale, ma coerente e onnicomprensivo.

 

Camilla Scalvini

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