L’assedio: la fame come metodo di guerra?

Alto a la guerra

I conflitti in Siria e nello Yemen sono due degli esempi più eloquenti -ultimi, ma solo in ordine di tempo-, di quanto le condotte belliche possano raggiungere livelli inimmaginabili (e, illegali) di violenza, arrivando addirittura ad utilizzare anche la fame e le carestie, derivanti da un assedio, come metodo di guerra.

L’assedio, nell’ambito del warfare, non è tuttavia un’invenzione recente. La storia è costellata di dimostrazioni, più o meno vittoriose, dell’utilizzo durante lo svolgimento di un conflitto armato di forme d’assedio con la finalità di indebolire il nemico fino a sconfiggerlo definitivamente. Gli antichi Egizi ne fecero ampio uso, i Romani parimenti come riportato nei celebri casi di Cartagine e della battaglia di Alesia. Per non parlare dei Greci, i quali annoverano tra le proprie cronache l’assedio più famoso della storia descritto addirittura da Omero nell’Iliade, ovvero l’assedio di Troia. Alla fine, volle un semplice cavallo per vincere le difese della città la quale, da oltre dieci anni, non mostrava segni di cedimento. Tuttavia, l’assedio più lungo della storia recente è considerato quello di Candia, episodio dell’omonima guerra che vedeva opporsi Venezia e l’Impero Ottomano (1648-1669). Quest’ultimo infatti durò 21 anni entrando così di diritto nei libri di storia. Eppure, alcuni studiosi ritengono che tale primato debba essere conteso con l’assedio di Ceuta, conosciuto anche come “l’assedio dei trent’anni”. Composto da più intervalli, questo assedio venne portato avanti dagli spagnoli nei confronti della città marocchina, tra la fine del xiie e l’inizio del xiiie secolo.

Tra i molteplici aspetti che hanno permesso all’assedio di rimanere nei secoli una delle strategie di guerra più usate ed efficienti vi è senza dubbio la possibilità di sfruttare gli effetti indiretti –in realtà volutamente incentivati- di tale tattica che le garantivano un effetto pari a quello di un attacco batteriologico ante litteram. Infatti, da tale condizione di belligeranza ne derivava l’impossibilità di smaltire i deceduti in maniera oltre che consona anche sanitariamente adeguata, comportando così lo scoppio di gravi malattie ed epidemie tra le fila nemiche. Le malattie possono essere un’arma vincente e ciò era già ben noto agli strateghi militari dell’epoca.

L’assedio, lungi dallo svanire nel turbinio del progresso e degli sviluppi tecnologici del xxe secolo, con l’avvento della seconda Guerra mondiale ritornò in auge dopo un periodo di relativo offuscamento. In un panorama europeo caratterizzato da un conflitto portato avanti su più fronti, l’assedio spesso sembrò essere l’unica soluzione realmente efficace per sbloccare le situazioni più critiche. Non sempre però si riuscì ad ottenere il risultato sperato.

La città di Leningrado, dopo svariati anni di resistenza ad un terribile assedio, riuscì a dimostrare concretamente che l’opposizione e la vittoria contro il fronte nazista era possibile, ridando così speranza all’intera Europa. Lo sviluppo della società contemporanea ha portato con sé grandi miglioramenti anche nell’ambito della conduzione delle guerre. Sono stati proprio gli orrori delle due guerre mondiali a incentivare importanti passi avanti nel processo di “umanizzazione” delle guerre. Fino all’avvento della Società delle Nazioni (1919) si riteneva che gli Stati beneficiassero di un illimitato ius ad bellum (ovvero del diritto di ricorrere alla guerra come mezzo di soluzione delle controversie) distinto dall’insieme di regole atte a disciplinare il diritto bellico in senso stretto, lo ius in bello. Il diritto di Ginevra e il diritto dell’Aja oggigiorno sono considerate non più due branche distinte, ma piuttosto gemelle e complementari. Infatti, con i 2 Protocolli Aggiuntivi del 1977 (rispettivamente sulla “Protezione delle vittime di conflitti armati internazionali” e “Protezione delle vittime di conflitti armati non internazionali”) i due sistemi si sono fusi in un unico ambito del diritto, come evidenziato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1996 in occasione del parere espresso sulla liceità delle armi nucleari.

E ciò vale anche per l’assedio. Benché non sia formalmente vietato, un utilizzo di quest’ultimo in maniera legittima sembra impraticabile rispettando le norme attualmente in vigore. I principi di distinzione e proporzionalità infatti, operano nel diritto dei conflitti armati come cardini del sistema, puntando così ad un bilanciamento tra necessità militare e tutela della popolazione civile. È l’art. 48 del I Protocollo addizionale a sancire il dovere, en toutes circonstances, di distinguere tra popolazione civile e combattenti e tra obiettivi civili e militari. A riguardo ne deriva che solo i combattenti possono essere oggetto della violenza bellica, ed è proprio questa eccezione che mal si confà all’assedio: in quale misura in tale situazione si può “distinguere”? O piuttosto: non è forse l’indebolimento generale e collettivo della forza avversaria, l’aspetto tecnicamente auspicato dalla parte assediante?

Già da una prima lettura è chiaro come l’assedio possa trovare difficilmente legittimità nel contesto di un confitto armato, al netto della possibilità, certamente più teorica che pratica, di un assedio mirato solo ad obiettivi militari. Ad esempio, il blocco esclusivo tramite assedio delle forniture militari o dei viveri destinati all’esercito nemico previa evacuazione della popolazione civile potrebbe essere, in linea di principio, lecito. In tal caso, essendo quest’ultimi obiettivi militari -ossia oggetti che “per loro natura, ubicazione, destinazione o impiego contribuiscono efficacemente all’azione militare, e la cui distruzione totale o parziale, conquista o neutralizzazione offre, nel caso concreto, un vantaggio militare preciso” (I Protocollo addizionale, art. 52. 2, 1977) – possono essere obiettivi della violenza bellica.

Il quadro giuridico così stabilito è vieppiù esplicito se si considera il II Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati non internazionali. Il titolo IV infatti, riferendosi direttamente alla Popolazione civile enuncia chiaramente all’art. 14 che è vietato, come metodo di guerra, far soffrire la fame alle persone civili. Di conseguenza, è vietato attaccare, distruggere, asportare o mettere fuori uso, con tale scopo, beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile, quali le derrate alimentari e le zone agricole che le producono, i raccolti, il bestiame, le installazioni e le riserve di acqua potabile, e le opere di irrigazione”.

Tale norma, oggi pienamente parte del diritto internazionale consuetudinario, è stata menzionata in diverse risoluzioni adottate dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite riguardanti la Siria, come ad esempio la recente risoluzione 2401(2018). Tuttavia, non solo la dottrina, ma anche l’azione dei Tribunali internazionali ha chiarito a fondo la natura di questa pratica di guerra tanto diffusa quanto atroce. Successivamente alle vicende della guerra in Bosnia Erzegovina e all’assedio della città di Sarajevo -ritenuto il più lungo assedio nella storia della guerra moderna-, è stato proprio il Tribunale Penale per l’ex-Jugoslavia a giudicare quest’ultimo come crimine di guerra e crimine contro l’umanità basandosi proprio sulla natura indiscriminata degli attacchi nei confronti dei civili. Erede legittimo dei Tribunali ad hoc, anche il Tribunale Penale Internazionale si è dotato di strumenti atti a contrastare tale pratica. L’articolo 7 del relativo Statuto, annovera infatti tra i crimini contro l’umanità lo stermino (1.b) intendendolo come “in modo particolare, il sottoporre intenzionalmente le persone a condizioni di vita dirette a cagionare la distruzione di parte della popolazione, quali impedire l’accesso al vitto ed alle medicine” (2.b).

La rilettura di queste chiare disposizioni alla luce dei recenti fatti di cronaca è allarmante. Come giudicare ciò che da mesi avviene in Siria e nello Yemen?  Quanta attenzione si sta dando a livello internazionale al tentativo di assedio da parte dei Turchi della città di Afrin in chiave anti Curda? Per non parlare del ritorno all’utilizzo di armi chimiche in Siria o del conflitto Israelo-Palestinese. Il rispetto del diritto internazionale umanitario richiede osservatori permanenti e una Comunità internazionale vigile e pronta ad intervenire; tuttavia sotto ai nostri occhi è un continuo susseguirsi di crimini e orrori che fanno da sfondo a un Consiglio di sicurezza in stato di cronico impasse, agonizzante tra veti incrociati. Quando si prenderà finalmente una posizione, cosa si deve attendere ancora affinché si dica basta? Se non ora, quando?

 

Bibliografia:

  • GREPPI E., VENTURINI G., “Codice di diritto internazionale umanitario”, Torino, G. Giappichelli Editore, 2012.
  • RONZITTI N., “Diritto internazionale dei conflitti armati”, Torino, G. Giappichelli Editore, 2014.

Sitografia:




Il Sultanato di Erdogan – Cosa resta della Turchia dopo il Golpe e la svolta presidenzialista

il sultanato di erdogan copertina

Segnaliamo con piacere la pubblicazione del libro “Il Sultanato di Erdogan – cosa resta della Turchia dopo il Golpe e la svolta presidenzialista” del giornalista Francesco Fravolini, edito dalla Villaggio Maori Edizioni. Al momento il libro non è ancora presente nelle librerie, ma è acquistabile sul sito internet della casa editrice.

Nomodos – Il Cantore delle Leggi ha collaborato alla stesura dell’Opera, occupandosi della redazione del secondo capitolo del libro, dedicato ai rapporti giuridici tra la Turchia di Erdogan e l’Unione europea. Ringraziamo i nostri associati Raffaele Mittaridonna, Eleonara Celoria e Cristina Vallino per l’entusiasmo e l’impegno profuso nella stesura dell’elaborato.

Il libro è dedicato all’analisi degli eventi che si sono svolti a seguito del tentato golpe avvenuto in Turchia nel 2016. L’Autore ha cercato di fornire un’analisi completa di tutti gli aspetti – sociali, guridici, politici ed economici – che sono stati coinvolti dal tentativo di colpo di stato.

Per completezza delle informazioni, riportiamo la quarta di copertina del libro, nonché la biografia dell’Autore.

Risvolto

Nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016 le telecamere di tutto il mondo sono puntate sulla Turchia. Immagini e notizie, sinistre ipotesi e smentite si avvicendano freneticamente ora dopo ora: golpe? Guerra civile? Pretesto per misure autoritarie? Seguono da parte del governo le purghe e una censura senza precedenti, la riforma costituzionale e la svolta presidenzialista, uno tra i referendum più opachi della storia contemporanea. Il tallone di ferro del presidente Erdoğan era già noto alle cancellerie europee, eppure questi avvenimenti sembrano strappare il velo di ipocrisia che poggia sui rapporti tra Ue e Turchia. È una dittatura che si è instaurata? Cosa ne è dell’accordo che regola le quote di migranti? Ankara può ancora diventare membro dell’Ue? E le libertà civili? Un saggio e un appello, affinché la ragion di stato non soffochi la ragion sociale.

Biografia

Francesco Fravolini, giornalista professionista, è nato a Roma il 5 aprile 1962. Studi universitari in Lettere e in Economia e Commercio all’Università di Roma “La Sapienza”. È stato collaboratore presso Paese Sera; Italia Oggi; Avvenire; I Viaggi di Repubblica, Traveller (Condé Nast Publications); Tuttolibri (La Stampa); Famiglia Cristiana, Jesus e Club3 (Periodici San Paolo). È articolista su giornali cartacei e web magazine. Interessato all’analisi delle questioni sociali, rivolgendo costante attenzione alla scommessa del XXI secolo: un maggiore incontro tra i popoli e una consapevole condivisione del pianeta, affinché si tramutino in una ricchezza culturale ed economica.




Consumers’ rights under international law

Consumers’ rights under international law

Is the protection of vulnerable consumers a new frontier of human rights?

INTRODUCTION

Consumer rights protection has become more and more relevant since the end of the Second World War. Nowadays, many national systems provide specific norms in the field of the protection of consumers, especially when considering the particular case of such individuals who may find themselves in unfair conditions. Due to the particular characteristics of this topic, an attempt to categorise the concept of ‘consumer’ is in order, with due regard to its particular extension towards ‘vulnerable’ ones. It is however relevant to underline from the very beginning that it is very difficult to find a common or shared point of view on the theme. Many legal systems reshape the same concepts and make the job of analysing the whole phenomenon quite complex. How does the European (non)consensus affects the problem? May consumer protection be considered a human right?

Contemporary globalisation process contributes to shape different concepts of ‘vulnerable consumer’, introducing new dimensions to previous interpretations. Some new branches of Consumers Law are progressively trying to cover the relationship between consumers’ activity and the human rights protection. Several international agreements will be analysed in order to prove evidence of the almost complete lack of reference to the idea of ‘vulnerable consumer’.

ARE CONSUMER RIGHTS A FORM OF HUMAN RIGHTS?

By the end of the Second World War, the importance of the protection of Human Rights increased enormously becoming one the cornerstone of contemporary jurisprudence. Nowadays, this branch of law covers not only ‘traditional’ rights such as the Right to Life, the Right to Property, etc. but started encompassing new dimensions and new horizons of people’s life. The last wave of rights, the so-called ‘third generation’, stimulated the awareness on concepts such as collective rights, self-determination, economic and social development, healthy environment, cultural heritage, communication rights, etc. These concepts constituted important rights which are not directly recognized as international human rights, stricto sensu, but that were labelled this way by various international organisations [1].

Some criticisms arose when the concept of human rights was extended to groups: in this case it was stated that ‘human rights’ category applies only to individuals while groups are protective by the so-called ‘collective rights’. Whereas consumers act singularly and not as a category, this criticism does not apply. Furthermore, in the case of ‘vulnerable consumers’ it becomes even more evident the individuality of the problem and the fact that the protection must be directed on a specific target.

Considering modern society, where the right to consume seems to be an ‘essential part of the right to the adequate standard of living’ [2], it can be doubtlessly stated that consumers’ right went far beyond its original structure. Despite what happened in the past, consumer rights are no longer limited within the frame of the domestic social policy but they have achieved a complete legal recognition almost under the majority of national legislative systems. However, is this sufficient to consider the right to consume as a perfect human right? Furthermore, to what extent shall this right be extended to vulnerable consumers?

In order to be considered a Human Right, a specific requirement is the presence of a shared international opinion on the matter, proving the existence of a general consensus on the subject. According to some prominent scholar, consumer rights still belong to the economic sphere and are, therefore, based under the ‘economic rights’ of the Universal Declaration of Human Rights (1948).
The justification of this assumption is to be found in art.25(1), which reads:

[People have the] right to a standard of living adequate for the health and well-being of himself and of his family

It is probably true that the original meaning of the Declaration did not included the idea of ‘consuming’, nevertheless it is almost universally recognised that the interpretation of a treaty should take into account the evolution of societies over time, therefore, contemporary society does require the consideration of consumer rights as a new important dimension.

Another important document, which should be taken into account, is the International Covenant of Economic, Social and Cultural Rights (1996). It was adopted by the United Nations General Assembly but it had to face several criticisms coming from various States such as the US: according to their position, human rights only include civil liberties and political rights, excluding economic rights. Against this conception, it would be interesting to recall words used in a 1994 Report of the Osgoode Hall of Law Journal of the York University, which stated as follows:

‘Though it is obvious that the right to life is superior to the right to paid vacations, this is not an excuse to reduce human rights to their very basic rights only […] The freedom from hunger is of great import in underdeveloped societies, where it is of more importance than certain civil liberties. A similar hierarchy also applies to consumer rights’[3]

The provisions contained in the Covenant of Economic Rights were intended to be implemented in the future, considering the passing of the time and the evolution of civil societies.
According to art.11 of the Covenant, persons have the right to ‘adequate food, clothing and housing, and to the continuous improvement of living conditions’. Under this provision, consumer protection could emerge as an implementation of these rights; adequacy of food includes both food quality and the possibility to access easily this food throughout consumer legislation. At the same time, adequacy of housing could be divided into the ability of housing and its good quality and safety but whether the first part is left to public policy decisions, the second part is obtained from consumer protection.
The same document contains no reference to ‘consumer rights’ due to the fact that they are not directly mentioned, nonetheless they emerge as enshrined into provisions relating, for instance, to the right to health (art.12) and the right to education (art.13).

The third international agreement to be addressed is the 1985 United Nations Guidelines for Consumer Protection (UNGCP), a non-binding document approved by the United Nations General Assembly and the International Organisation of Consumer Unions (IOCU). The UNGCP contains seven goals aiming to the protection of consumers, considering that:

Consumers should have the right of access to non-hazardous products, as well as the importance of promoting just equitable and sustainable economic and social development

However, again in this context ‘governments are called upon to develop their consumer protection policies in line with these principles’ [4], leaving the protection of vulnerable consumers to the domestic level.

Considering what has been highlighted up to this point, it becomes evident that, despite a number of provisions somehow relating to the right to consume (and to consumer’s rights in general) it is very difficult to detect any form of reference to vulnerable consumers. Of course, when considering the relevance of international agreements it is always necessary to bear in mind the general States’ lack of will to restrict their authority. In this context, it emerges clearly that the enhancement of a specific protection for vulnerable consumers constitutes an exclusive competence of the domestic jurisdiction. International documents (being they covenants, agreements, treaties, charters, and so on) only provide general principles to States, without promoting any specific condition for disadvantaged consumers, nor defining the concept itself.

In conclusion, even if we can consider the right to consume as a new frontier of human rights it is rather difficult to find a specific reference to the rights of vulnerable consumers. Perhaps, this could be an interesting starting point for further developments especially when considering the globalised world and its forthcoming challenges.

CONCLUSION

The current general normative approach results to be inadequate on the point, however there are several examples within the European Union law of areas in which the classic consumer protection, left space to new form of increased safeguard [5]. It results almost impossible to detect a common European definition of ‘vulnerability’ because it might change as it changes the definition of ‘consumer’. In general, the European legislator tends to leave the competence of the matter to the domestic jurisdiction of member-States. The extent of the protection is all but clear to be defined in precise terms, due to the fact that it changes continuously, depending on the national relevance which is attributed to consumers.

On the international point, as well, we may find how the concept could be analysed in terms of ‘Human Rights new frontiers’. The modern interpretation of a variety of international agreements could provide a new lens under which to study the evolution of consumer rights, nevertheless we are far from a common vision of the problem.

It seems to be more and more important the formation of new perspective of analysis on vulnerable consumers, taking into account the important role, which has been carried out by many European Union organs. At the same time, it is equally relevant to bear in mind that, without a common opinion and a shared definition both of ‘vulnerability’ and ‘consumer protection’ it would result difficult to assess an adequate legislation on the matter.

Note:

[1] ALSTON, P., ‘Conjuring up New Human Rights: A Proposal for Quality Control’ (1984), cited in DEUTCH, S., ‘Are Consumer Rights Human Rights?’, Osgoode Hall Law Journal 32.3 (1994): 537-578 http://digitalcommons.osgoode.yorku.ca/ohlj/vol32/iss3/4

[2] Ibidem, p. 556

[3] VINCENT, R., J., ‘Human Rights and International Relations’ cited in DEUTCH, S., ‘Are Consumer Rights Human Rights?’, Osgoode Hall Law Journal 32.3 (1994): 537-578

[4] UNGCP Interpretation as cited in DEUTCH, S., ‘Are Consumer Rights Human Rights?’ op. cit. p. 566

[5] WADDINGTON, L., ‘Reflections…’ op. cit. p. 35




LA PROTEZIONE UMANITARIA E L’INTEGRAZIONE SOCIALE. Commento alla Sentenza della Corte di Cassazione I sez. civ., n. 4455/2018

Roma_2011_08_07_Palazzo di Giustizia BW
Il diritto d’asilo costituzionale è sancito dell’art. 10 Cost., che, al comma terzo, prevede che “lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”. La dottrina e la giurisprudenza, costituzionale ed ordinaria, sono concordi nell’attribuire a quanto sancito dall’art. 10, co 3 Cost. la qualifica di vero e proprio diritto soggettivo perfetto, con portata immediatamente precettiva.[1]

La nozione di asilo tutelata dalla Costituzione italiana è dunque più ampia di quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra, che disciplina lo status di rifugiato.[2] Secondo l’interpretazione fornita della Corte di legittimità, inoltre, il diritto d’asilo costituzionale è nozione comprensiva delle tre forme di protezione tutelate dal diritto italiano e dell’Unione Europea: la pronuncia n. 10686/2012 ha chiarito che “il diritto d’asilo è interamente attuato e regolato attraverso la previsione delle situazioni finali previste nei tre istituti costituiti dallo status di rifugiato, dalla protezione sussidiaria e dal diritto al rilascio di un permesso umanitario, ad opera della esaustiva normativa di cui al D. Lgs. 251/2007, adottato in attuazione della Direttiva 2004/83/CE e di cui al D. Lgs. 286/98, art. 5, comma 6”.[3]

Anche il diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari è, dunque, da annoverarsi tra i diritti soggettivi, “con la conseguenza che la garanzia apprestata dall’art. 2 Cost., esclude che dette situazioni possono essere degradate a interessi legittimi per effetto di valutazioni discrezionali affidate al potere amministrativo”.[4] Ciò comporta, per altro, che il riconoscimento della protezione umanitaria possa essere operato soltanto dal giudice ordinario e non dal Questore, il quale non gode di alcun potere discrezionale nel rilascio o nella revoca del permesso in questione.

In questa sede ci si concentrerà unicamente sull’istituto della protezione umanitaria, regolata essenzialmente dal diritto interno, benché tale forma di protezione risulti perfettamente compatibile con le previsioni del diritto internazionale ed europeo. In particolare, l’art. 6, co. 4 della Direttiva Rimpatri, adottata nel 2008 per dettare norme minime comuni a tutti gli Stati Membri in materia di espulsione dei cittadini di paesi terzi irregolarmente presenti sul territorio dell’Unione, contempla la possibilità per gli Stati “di rilasciare per motivi caritatevoli, umanitari o di altra natura un permesso di soggiorno autonomo o un’altra autorizzazione che conferisca il diritto di soggiornare a un cittadino di un paese terzo”. Parimenti, la Corte di Giustizia dell’UE ha ammesso che gli Stati Membri possano riconoscere una forma di protezione, in conformità al diritto d’asilo regolato dal diritto nazionale, al soggetto escluso dal riconoscimento dello status di rifugiato ai sensi della Direttiva 2004/83/CE.[5]

 

 

  1. La collocazione sistematica dell’istituto nel quadro normativo interno

L’istituto della protezione umanitaria è prevista dall’art. 5, co 6 D.Lvo 286/98, ed è richiamata dall’art. 32, co 3, D. Lvo 25/2008, ai fini della sua applicazione nell’ambito della materia d’asilo: viene ivi previsto che, ogni volta in cui la Commissione Territoriale – competente per il riconoscimento della protezione internazionale – non ritenga di accogliere la domanda di protezione, possa riconoscere la presenza di “gravi motivi di carattere umanitario”, che giustifichino il rilascio del permesso ex art. 5, co 6 D.Lvo 286/98. In tali ipotesi, la Commissione inoltra gli atti al Questore, che deve rilasciare il permesso.

Vi sono poi ipotesi in cui il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari può essere chiesto direttamente alla Questura, anche al di là della procedura d’asilo. Il cittadino straniero deve trovarsi in “oggettive e gravi situazioni personali che non consentono l’allontanamento dello straniero dal territorio nazionale”,[6] e potrà chiedere il rilascio del permesso in esame ai sensi dell’art. 11, lett.c c-ter) del Regolamento attuativo del Testo Unico sull’immigrazione (D.P.R. 394/1999). Inoltre, l’art. 28, lett.d) dello stesso D.P.R. contiene una esplicita previsione di rilascio del permesso “nei casi in cui non possa disporsi l’allontanamento di uno straniero verso uno Stato che possa accordare protezione contro il rischio di persecuzioni di cui all’art. 19 co 1 D. Lvo 286/98”.

Infine, il permesso umanitario viene oggi anche rilasciato nelle ipotesi in cui l’espulsione o il respingimento non possono essere disposti, in ottemperanza alla nuova formulazione dell’art. 19 D. Lvo 286/98, che al comma 1.1 prevede che “non sono ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell’esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani”.[7]

Così configurata, la protezione umanitaria si presenta come “atipica e residuale”, rispetto alla forme di protezione internazionale, “nel senso che copre tutta una serie di situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica, tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba perciò provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in una condizione di vulnerabilità”.[8]

  1. Il contenuto della protezione umanitaria e la sua applicazione nella prassi

Quanto fin ora illustrato non permette, tuttavia, di identificare con precisione il contenuto della protezione umanitaria: né le norme in materia di procedure per il riconoscimento di protezione internazionale, né l’art. 5 comma 6 D. Lvo 286/98 forniscono chiarimenti in proposito; quest’ultima norma si limita a stabilire che il rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari si fonda sulla presenza di “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”. Benché, infatti, la Corte di Cassazione abbia chiarito che la condizione per il rilascio di un permesso di natura umanitaria sia “il riconoscimento di una situazione di vulnerabilità da proteggere alla luce degli obblighi costituzionali ed internazionali gravanti sullo Stato italiano”,[9] gli organi preposti all’esame della domanda di protezione internazionale hanno proseguito in una applicazione diversificata e poco coerente dell’istituto della protezione umanitaria. Né, ad oggi, il legislatore ha provveduto alla predeterminazione o tipizzazione dei “seri motivi” indicati nell’articolo.

Di conseguenza, l’interpretazione fornita dalla Commissioni Territoriali e, ancor più, dalla giurisprudenza di merito, ha determinato un considerevole ampliamento delle situazioni riconducibili alla nozione di vulnerabilità. Emblematica è, ad esempio, la ricognizione recentemente effettuata dal Tribunale di Firenze in merito alle ipotesi in cui ricorrerebbero “seri motivi di carattere umanitario”, tali da impedire il rimpatrio di un soggetto verso il paese di origine: “la protezione umanitaria copre dal rischio di rimpatrio di fronte ad emergenze umanitarie determinate da condizioni socio economiche drammatiche conseguenza di guerre (civili e non) ancorché́ cessate o limitate ad un territorio limitrofo. E’ la situazione di molti paesi dell’africa sub-sahariana anche nelle parti non direttamente colpite ma molto vicine alle aree soggette alla violenza terroristica (ad es. la cintura centrale Middle belt della Nigeria); o di fronte a conflitti violenti considerati di bassa intensità̀ (come in alcuni periodi ed in alcune aree del Delta del Niger nello Stato della Nigeria); a fronte di sradicamenti sociali consumati a causa di disastri ambientali (più̀ o meno circoscritti nel tempo e nello spazio) come in Bangladesh; a fronte di condizioni sociali gravissime, senza alcuna possibilità̀ di reinserimento dopo la cessazione degli scontri violenti che hanno seguito un rovesciamento di regime od un colpo di Stato od un conflitto etnico drammaticamente violento cui sono stati esposti (non apparati militari o aggregazioni paramilitari ma) inermi cittadini. Tutte situazioni che impongono la protezione della persona fuggita da situazioni di estrema difficoltà di sopravvivenza o di elevato rischio quand’anche siano situazioni che possano apparire nel tempo superabili nel paese di origine e provvisorie”.[10] Interpretazioni in linea con quella qui indicata hanno contribuito all’aumento, negli ultimi anni, del riconoscimento della protezione umanitaria sul totale delle domandi di asilo.[11]

Infine, emerge una tendenza al rilascio del permesso di soggiorno per motivi umanitari per sopperire all’assenza di altre tipologie di permesso di soggiorno che consentano allo straniero, integrato sul territorio italiano e in possesso di contratto di lavoro, di soggiornare regolarmente in Italia.[12] Si è diffuso, in particolare, un approccio orientato al riconoscimento della protezione umanitaria in presenza di prove dell’integrazione sociale del migrante, spesso subordinata alla presenza di contratti lavorativi: tale orientamento si può riscontrare in diverse decisioni di primo grado, e in alcuni casi anche in appello, di Tribunali e Corti di varie regioni italiane.[13]

  1. L’integrazione sociale e il contributo fornito dalla Sentenza n. 4455/2018

La Corte di Cassazione, da sempre attenta all’applicazione dell’istituto della protezione umanitaria, si è recentemente espressa con una pronuncia che contiene importanti precisazioni, con riferimento all’aspetto dell’integrazione sociale e lavorativa e, di conseguenza, ai presupposti richiesti per il riconoscimento di tale forma di protezione.

I giudici della Prima Sezione Civile hanno indicato, in primo luogo, che il parametro dell’inserimento sociale dello straniero non possa essere valorizzato come fattore esclusivo ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria: tale elemento può soltanto “concorrere a determinare una situazione di vulnerabilità personale che merita di essere tutelata attraverso il riconoscimento di un titolo di soggiorno che protegga il soggetto dal rischio di essere immesso, nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale, quale quello del paese di origine, idoneo a costituire significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali inviolabili”.

La sentenza precisa poi che la valutazione rispetto alla compromissione dei diritti non può essere condotta genericamente con riferimento alle carenze del paese di origine, ma che occorre operare tanto un accertamento della situazione oggettiva nel paese di provenienza, quando una indagine circa la condizione personale del richiedente asilo, “non potendosi eludere la rappresentazione di una condizione personale di effettiva deprivazione dei diritti umani che abbia giustificato l’allontanamento”.

Se, dunque, da un lato, la Corte precisa che l’inserimento socio lavorativo di per sé non rappresenta condizione sufficiente per il riconoscimento della protezione umanitaria, e che la valutazione di compromissione dei diritti umani fondamentali nel paese di origine deve essere effettuare con specifico riguardo alla vicenda personale del richiedente, dall’altro lato si apre all’accoglimento di una nozione di vulnerabilità che tenga conto anche del diritto alla vita privata e familiare del richiedente. Il parametro di riferimento rispetto alla violazione dei diritti umani, in un contesto in cui emerga anche la presenza di un effettivo radicamento sociale, diventa l’art. 8 della CEDU, così come interpretato dalla giurisprudenza di Strasburgo. La valutazione che deve operare il giudice è cioè quella individuale, caso per caso, della vita privata e familiare del richiedente il Italia comparata alla situazione personale a cui si troverebbe esposto nel paese di origine; occorre indagare se la vulnerabilità possa discendere da una “effettiva e incolmabile sproporzione tra i due contesti di vita nel godimento dei diritti fondamentali”.

La Prima Sezione Civile ritiene, infatti, che la condizione di vulnerabilità possa “avere ad oggetto anche la mancanza di condizioni minime per condurre un’esistenza della quale non sia radicalmente compromessa la possibilità di soddisfare i bisogni e le esigenze ineludibili della vita personale, quali quelli strettamente connessi al proprio sostentamento e al raggiungimento degli standards minimi per un’esistenza dignitosa”. Il riferimento alla dignità personale e alle esigenze della vita privata è quanto mai importante, perché sancisce l’indipendenza dell’istituto della protezione umanitaria rispetto ad una indagine collegata alla violazione di diritti alla vita e all’incolumità personale, che vengono principalmente in esame in sede valutazione dei requisiti per il riconoscimento dell’asilo o della protezione sussidiaria.[14]

Il principio di diritto espresso dalla Corte di Cassazione nella sentenza in esame impone dunque al giudice remittente di operare un esame “specifico e attuale della situazione soggettiva e oggettiva del richiedente, con riferimento al paese di origine”, in comparazione con la sua integrazione e la condizioni di vita privata in Italia, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione dell’esercizio di un nucleo di diritti umani, costitutivo dello statuto di dignità personale.

  1. Conclusioni

L’istituto della protezione umanitaria ha assunto un’importanza sempre maggiore, negli ultimi anni, nell’ambito del sistema di riconoscimento di una forma di protezione – e, conseguente, del rilascio di un permesso di soggiorno – per i richiedenti asilo. La definizione normativa fornita dall’art. 5, co 6 D. Lvo 286/98 non tipizza le situazioni in cui può essere riconosciuta tale forma di protezione, operando un generico richiamo alla presenza di “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano”. Le decisioni delle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale e le pronunce delle corti di merito e di legittimità hanno ampliato il catalogo di situazioni che possano essere ricondotte ai “seri motivi” indicati dalla norma, giungendo a riconoscere la protezione umanitaria a richiedenti asilo che presentavano una situazione di positiva integrazione socio lavorativa nel territorio italiano. La sentenza n. 4455/2018 della Prima Sezione della Corte di Cassazione rappresenta un contributo particolarmente importante, all’interno di tale panorama interpretativo, operando un collegamento tra il parametro dell’inserimento sociale e quello della vulnerabilità discendente da una situazione di compromissione del diritto alla vita personale e familiare, di cui all’art. 8 CEDU, da valutarsi sulla base della vicenda personale del richiedente asilo. In ultima analisi, la decisione conferma e ribadisce che la ratio fondamentale dell’istituto della protezione internazionale è quella evitare di esporre l’individuo a condizioni di vita tali da violare la dignità della persona umana.

[1] “Il carattere precettivo e la conseguente immediata operatività della disposizione costituzionale sono da ricondurre al fatto che essa, seppure in una parte necessita di disposizioni legislative di attuazione, delinea con sufficiente chiarezza e precisione la fattispecie che fa sorgere in capo allo straniero il diritto di asilo, individuando nell’impedimento all’esercizio delle libertà democratiche la causa di giustificazione del diritto ed indicando l’effettività quale criterio di accertamento della situazione ipotizzata”, Corte di Cassazione, n. 25028/2005.

[2] L’art. 1, lett. A, 2) della Convenzione di Ginevra del 1951 definisce rifugiato “chiunque, per causa di avvenimenti anteriori al 1° gennaio 1951 e nel giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si trova fuori dello Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato; oppure a chiunque, essendo apolide e trovandosi fuori dei suo Stato di domicilio in seguito a tali avvenimenti, non può o, per il timore sopra indicato, non vuole ritornarvi”.

[3] Esemplificative, in proposito, sono anche alcune pronunce della giurisprudenza di merito: Trib. Firenze, 19 gennaio 2018; Trib. Genova, 31 gennaio 2018; Trib. 9 febbraio 2018.

[4] Corte di Cassazione, Sezioni Unite Civili, Ordinanza n. 19393/2009.

[5] CGUE, Sentenza del 9 novembre 2010, C- 57/09, B e D, 2010, par. 121.

 

[6] Tali situazioni sono disciplinate dall’art. 19 D. Lvo 286/98.

[7] La nuova formulazione è stata introdotta dall’art. 3, co 1 L. 110/2017.

[8] Ex multis, Corte di Cassazione, n. 26566/2013; Corte di Cassazione, n. 15466/2014, Corte di Cassazione, n. 23694/2017.

[9] Corte di Cassazione, n. 22111/2014.

 

[10] Trib. Firenze, 19 gennaio 2018.

[11] Nel 2017 la percentuale di protezione umanitaria riconosciuta, soltanto dalle Commissioni Territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale, è stata pari al 25% (in aumento rispetto al 20% del 2016), a fronte dell’8% di status di rifugiato e dell’8% di protezione sussidiaria.

[12] È interessante notare, in proposito, che a partire dal 2011 sono aumentate considerevolmente le percentuali di rilascio del permesso per motivi umanitari, nell’ambito di un fenomeno che ha altresì visto crescere, quale motivo di ingresso nel paese, la domanda di protezione internazionale a fronte di una diminuzione del rilascio di visti – e di permessi – per lavoro. L’Istat ha, ad esempio, evidenziato come “in Italia il peso relativo dei nuovi permessi rilasciati ogni anno per asilo e protezione umanitaria è cresciuto notevolmente: si è passati dal 3,7% nel 2007 al 28,2% nel 2015. Contemporaneamente si è fortemente ridotto il peso dei permessi rilasciati per motivi di lavoro, passati nello stesso periodo dal 56,1% al 9,1%”. I dati sono tratti dal rapporto Istat “Permessi di soggiorno per asilo politico e protezione umanitaria”, relativi all’anno 2015-2016, reperibile all’indirizzo web: http://www.istat.it/it/files/2016/12/Report-Permessi-Soggiorno2015-2016.pdf?title=Permessi+di+soggiorno+e+asilo+politico+-+23%2Fdic%2F2016+-+Testo+integrale+e+nota+metodologica.pdf.

[13] Ex multis, Trib. Torino, 19 luglio 2016; Trib. Torino, 10 ottobre 2016; Trib. Torino 17 ottobre 2016; Trib. Bologna, 14 novembre 2016; Trib. Bologna, 19 dicembre 2016; Trib. Genova, 2 settembre 2016.

[14] Si legge, per l’appunto, nella pronuncia, che “l’allegazione di una situazione di partenza di vulnerabilità, può, pertanto, non essere derivante soltanto da una situazione d’instabilità politico-sociale che esponga a situazioni di pericolo per l’incolumità personale […] la vulnerabilità può essere la conseguenza di un’esposizione seria alla lesione del diritto alla salute, oppure può essere conseguente ad una situazione politico-economica molto grave con effetti di impoverimento radicale riguardante la carenza di beni di prima necessità, od anche discendere da una situazione geo-politica che non offre alcuna garanzia di vita all’interno del paese di origine (siccità, carestie, situazioni di povertà inemendabili)”.

di Alvesgaspar "The Palace of Justice in Rome (Corte di Cassazione)" licenza CC BY-SA 4.0, commons.wikimedia.org
di Alvesgaspar “The Palace of Justice in Rome (Corte di Cassazione)” licenza CC BY-SA 4.0, commons.wikimedia.org




La just satisfaction nella giurisprudenza della Corte EDU

Euros 8

Siamo dunque di fronte ad un sistema su due livelli: in primo luogo, la Corte di Strasburgo predilige una risposta pratica, messa in atto direttamente dagli Stati stessi, con i mezzi a loro disposizione; qualora ciò non sia possibile (per esempio qualora la Corte stessa censuri una previsione legislativa inadatta a consentire una piena tutela dei diritti convenzionali), è allora la Corte stessa a stimare una just o équitable soddisfazione per l’interesse leso.

Determinare la natura ed eventualmente il quantum di questa soddisfazione rappresenta una questione ancora oggi dibattuta: la Corte può infatti ritenere sufficiente il semplice riconoscimento della violazione quale forma di equa soddisfazione, anche se, più comunemente, a questo riconoscimento è accompagnato alla determinazione di una somma di denaro a titolo di risarcimento. Ma cosa succede quando il danno non sia facilmente quantificabile? Cosa accade se, per esempio (e sono i casi più comuni), la violazione di una norma porti ad un danno di natura non patrimoniale, per esempio perché di natura morale? [1].

Paradigmatica in questo senso è la recente sentenza della Corte di Strasburgo sul caso Nagmetov c. Russia [2], che ha dato la possibilità ai giudici di ribadire alcuni profili relativi proprio alla definizione e quantificazione della just satisfaction di cui trattasi.

Nel caso di specie, la ricorrente presenta ricorso per violazione dell’art. 2, lamentando un uso eccessivo della forza da parte delle autorità, che hanno ucciso il figlio durante una manifestazione.

In funzione del particolare status della ricorrente (che si è lamentata vittima indiretta, ex art. 34), la Corte ha riconosciuto alcuni dei principi già visti, come il ruolo dell’accertamento della violazione come profilo della stessa equa soddisfazione e il ruolo fondamentale degli Stati nel contribuire all’osservanza e alla tutela pratica dei diritti previsti dalla Convenzione; ma a questo si aggiunga che, nella medesima pronuncia, la Corte afferma anche che “The awarding of sums of money to applicants by way of just satisfaction is not one of the Court’s main duties”[3].

Affermando questo principio, la Corte ha sostanzialmente ricordato come il suo ruolo sia ben diverso rispetto a quello di una corte nazionale: la tutela dei diritti umani non può infatti consistere solamente in una compensazione economica, ma deve prevedere, in primo luogo, un ruolo attivo da parte degli Stati, i quali sono chiamati a sanare e riparare a violazioni dei diritti convenzionalmente garantiti. Nonostante ciò, il riconoscimento di un adeguato risarcimento è spesso l’unico mezzo di pressione a disposizione della Corte: qualora, infatti, uno Stato decida di non adempiere agli obblighi derivanti dalle norme della Convenzione, anche l’intervento del Consiglio d’Europa ha comunque una imperatività relatività.

È dunque necessario un risarcimento che non rappresenti una mera condanna per lo Stato convenuto, ma sia piuttosto ispirato ad un criterio di equità di ispirazione vagamente anglosassone: infatti, la quantificazione può portare anche a determinare una somma di denaro inferiore al danno materiale patito, per esempio quando costi e spese siano in qualche misura addebitabili al comportamento stesso del ricorrente. La Corte riconosce infatti come detta quantificazione debba avvenire secondo un “degree of flexibility”, tenendo conto di numerosi criteri e specialmente quando il risarcimento sia connesso alla riparazione di un danno di natura non patrimoniale [4].

Nel decidere l’an e il quantum di un risarcimento, la Corte svolge una valutazione che si articola su tre passaggi [5]: (a) se c’è una richiesta, formale ed esplicita, per ottenere un risarcimento, (b) se la Corte ha competenza sul garantirlo e (c) se tale risarcimento risulta adeguato ed appropriato.

Occorre in primo luogo ricordare che, ai sensi dell’articolo 60 §1 del Regolamento della Corte [6], i ricorrenti, qualora desiderino vedersi riconoscere un risarcimento, devono “formulare specifica richiesta a tal fine”; di conseguenza, nessun risarcimento viene accordato in mancanza di una richiesta esplicita e formale. Nonostante questo, vi sono state delle eccezioni nel corso della storia e il caso sopra citato rientra in questa casistica.

Come abbiamo già avuto modo di sottolineare, infatti, casi di violazione dei diritti fondamentali convenzionalmente garantiti attengono spesso ad una sfera della personalità (vita, integrità fisica, morale) che non può (e, in certi casi, non deve) essere oggetto di quantificazione monetaria. Nel caso di specie, la ricorrente “could not at the time and cannot now ‘put a price’ at her son’s life” [7], sicché la sua domanda non avrebbe potuto essere in alcun modo da quella specificità che invece la Corte richiede.

Le opinioni dei giudici Nussberger e Lemmens chiariscono il conflitto: il margine di flessibilità, infatti, non deve essere utilizzato solamente per quanto concerne la quantificazione del risarcimento, ma anche nel decidere se accordare un risarcimento qualora manchi una formale richiesta in tal senso. Al contrario, devono sussistere invece dei prerequisiti, in particolare un’indicazione inequivocabile che “certifichi” la volontà di ottenere questo risarcimento, facendo ricorso anche ad un criterio interpretativo che tenga in debita considerazione la natura stessa del ricorso presentato alla Corte e del tipo di procedura. In questo senso, la Corte dovrà tenere conto di alcun aspetti: la gravità del fatto, il tipo di violazione della Convenzione, l’impossibilità delle parti di ottenere un risarcimento in senso assoluto o se non dopo un lungo periodo di tempo dopo l’accadimento.

Questo tipo di approccio è però stato contestato da altri tre giudici (Raimondi, O’Leary e Ranzoni), i quali hanno sottolineato come gli sforzi interpretativi proposti portino invece ad una sempre maggiore incertezza dal punto di vista legale, oltre ad un inevitabile non adeguamento con le regole della Convenzione.

Come specificato in una successiva opinione, i giudici specificano come debba esistere ed esista un certo margine di discrezionalità della Corte nel decidere quando accordare un risarcimento in caso di mancanza di una richiesta formale, ma è necessario che questa discrezionalità sia ben delimitata da regole precise, chiare e coerenti, tanto da un punto di vista sostanziale quanto procedurale [8].

Questa interpretazione si innesta oltretutto su una più generale posizione della Corte che ha sempre negato risarcimenti “punitivi”.

Ma al netto di questo, le difficoltà in termini di legittimità ed esecutività delle pronunce sofferte dalla Corte, tanto quanto i rapporti sempre più freddi con alcune nazioni reticenti ad adeguarsi agli standard della Convenzione (si pensi a Turchia e Russia) rendono questi profili validi soprattutto dal punto di vista teorico e meno, molto meno, dal punto di vista pratico.

[1] Domande di equa soddisfazione, istruzioni pratiche, http://www.echr.coe.int/Documents/PD_satisfaction_claims_ITA.pdf

[2] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, ricorso n. 35589/08, sentenza 30/03/2017

[3] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, cit., §64

[4] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, cit., §72

[5] Abdelgawad E. L., “Nagmetov c. Russia: opening up Pandora’s box on Article 41?”, https://strasbourgobservers.com/2017/05/02/nagmetov-v-russia-opening-up-pandoras-box-on-article-41/

[6] Regolamento della Corte europea dei diritti dell’uomo, 1 maggio 2003, http://www.echr.coe.int/Documents/Rules_Court_ITA.pdf

[7] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, cit., §52

[8] Corte EDU, Nagmetov c. Russia, opinione dissenziente dei giudici Raimondi, O’ Leary, Ranzoni, cit., §31




Relazioni UE-Turchia: quali prospettive per il futuro?

Welcome To The European Union

Nel rispetto della prassi che si andò formando e che continua tuttora, il processo di adesione della Turchia all’Unione Europea iniziò con l’instaurazione di una serie di rapporti concernenti soprattutto questioni commerciali e di circolazione dei lavoratori sul territorio dell’Unione, messi in atto tramite accordi di associazione.

Gli accordi di associazione sono stati posti spesso come anticipatori di una successiva richiesta di adesione. Essi consistono in accordi internazionali che l’Unione Europea conclude con uno Stato non membro al fine di definire l’articolazione di determinati aspetti delle relazioni bilaterali tra i soggetti in causa. Sono previsti all’articolo 217 del TFUE, il quale enuncia che tali accordi si caratterizzano per contenere meccanismi rafforzati di cooperazione fondati su diritti e obblighi reciproci, azioni in comune e procedure particolari.

L’utilizzo di accordi di associazione in vista di un’adesione futura è riscontrabile nella prassi instauratasi tra l’Unione Europea e alcuni Stati oggi membri, quali Polonia, Ungheria e Romania.

Nel caso della Turchia si decise di stipulare un accordo di associazione, decisione che diede vita nel 1963 all’Accordo di Ankara, tutt’ora in vigore.

Per comprendere la natura e la portata dell’accordo di Ankara è necessario tenere presente la situazione storica e politica della zona europea nel periodo in questione.

Da una parte la Turchia aveva appena subito uno dei primi colpi di stato da parte della classe militare, il quale aveva condotto al processo per tradimento e alla condanna a morte del Primo Ministro Adnan Menderes, primo capo di governo eletto in seguito a elezioni democratiche. D’altra parte l’allora Comunità Economica Europea contava unicamente 6 membri, dei quali alcuni stavano attraversando periodi complessi. Solo due anni prima la Germania era stata divisa dalla costruzione del Muro di Berlino, la Francia usciva dagli scontri provocati dal colpo di stato del 1961 e dalla dichiarazione di indipendenza dell’Algeria. Inoltre anche in altri territori europei erano riscontrabili situazioni di criticità: Spagna e il Portogallo erano dominati da due dittatori, Franco e Salazar, mentre nell’Europa orientale erano diffusi regimi comunisti.

Si trattava dunque di una situazione politica e sociale nettamente diversa da quella attuale. Ed è nell’ottica di quel tempo che bisogna porsi per comprendere la portata dell’Accordo di Ankara. Gli obiettivi di tale accordo erano il rinforzo delle relazioni commerciali ed economiche, l’instaurazione di un’unione doganale e la liberalizzazione della circolazione dei lavoratori.

In seguito al miglioramento delle condizioni politiche e sociali in Europa, che hanno portato a una maggiore stabilità delle istituzioni europee e a un allargamento del numero di Stati membri, a partire dagli anni 2000 il primo ministro turco Erdogan ha iniziato una serie di riforme indirizzate a permettere alla Turchia il rispetto dei parametri imposti dall’Unione Europea, prevalentemente in riferimento agli standard minimi di democraticità delle istituzioni e di rispetto dei diritti umani. In particolare sono da evidenziare l’abolizione della pena di morte e il progressivo riconoscimento di diritti civili e politici alla minoranza curda.

In seguito a tale periodo di riforme si è deciso di procedere all’avvio dei negoziati di adesione. Il 17 dicembre 2004 il Consiglio Europeo ha accettato di iniziare i negoziati per l’adesione della Turchia a far data dal 3 ottobre 2005. In tal giorno si diede inizio ai negoziati, con le riserve di Austria e Cipro. Tali negoziati vennero tuttavia sottoposti alla condizione dell’abbandono da parte della Turchia dei territori occupati nella parte settentrionale dell’isola di Cipro, oltre alla prosecuzione del processo di riforme relativamente all’ambito dei diritti e delle libertà civili.

La procedura di adesione di nuovi Stati all’Unione Europea e le condizioni di ammissibilità sono regolate all’articolo 49 TUE, il quale dispone che “ogni Stato europeo che rispetti i valori di cui all’articolo 2 e si impegni a promuoverli può domandare di diventare membro dell’Unione. Il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali sono informati di tale domanda. Lo Stato richiedente trasmette la sua domanda al Consiglio, che si pronuncia all’unanimità, previa consultazione della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo, che si pronuncia a maggioranza dei membri che lo compongono. Si tiene conto dei criteri di ammissibilità convenuti dal Consiglio europeo. Le condizioni per l’ammissione e gli adattamenti dei trattati su cui è fondata l’Unione, da essa determinati, formano l’oggetto di un accordo tra gli Stati membri e lo Stato richiedente. Tale accordo è sottoposto a ratifica da tutti gli Stati contraenti conformemente alle loro rispettive norme costituzionali.”

Le condizioni di ammissibilità possono essere ulteriori, secondo le valutazioni proposte dal Consiglio Europeo, tuttavia le principali sono:

  1. Il rispetto del criterio geografico. Si tratta di un criterio oggettivo facilmente verificabile, tuttavia possono essere introdotte valutazioni di ordine storico-culturale. La questione si è posta relativamente ai paesi della costa nordafricana con un maggior legame con alcuni paesi europei, soprattutto la Francia.

  2. Il rispetto dei valori fondamentali di cui all’articolo 2 TUE. In tal senso si procederà a una valutazione di conformità da parte delle istituzioni dell’Unione Europea e degli Stati membri.

Quanto alla procedura, la richiesta di adesione viene inoltrata al Consiglio Europeo e comunicata a Parlamento Europeo e parlamenti nazionali. Il Consiglio delibera all’unanimità previa consultazione della Commissione, la quale emette un parere obbligatorio non vincolante, e approvazione del Parlamento Europeo, che si pronuncia a maggioranza dei membri.

L’adesione è normalmente preceduta da una fase di pre-adesione, la quale consiste, sotto il controllo della Commissione, in una verifica del rispetto da parte dello Stato candidato delle esigenze derivanti dalla sua partecipazione all’Unione Europea. Nello specifico andrà verificato il rispetto di tre criteri:

  • I criteri giuridici, i quali riguardano la capacità dello Stato candidato di adeguarsi alle norme dei trattati e del diritto derivato secondo le disposizioni di diritto interno dello Stato stesso.

  • I criteri politici, riguardanti il rispetto dei valori fondanti dell’Unione Europea, secondo le previsioni del già citato art. 2 TUE, il quale dispone che “l’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”.

  • I criteri economici, quali la capacità di ottemperare ai criteri del mercato interno in libera concorrenza e di contribuire al finanziamento delle istituzioni e delle azioni dell’Unione Europea.

Successivamente alla deliberazione dell’ammissione si procederà alla conclusione di un accordo di adesione tra gli Stati membri e lo Stato richiedente. In tale fase si preciseranno le condizioni per l’ammissione ed eventualmente le modifiche dei trattati necessarie. Si avrà successivamente ratifica da parte dei singoli Stati membri. Il testo finale dovrà prima essere sottoposto al controllo e all’approvazione da parte del Parlamento Europeo, che potrà pronunciarsi così non solo sulla domanda di ammissione ma anche sul testo dell’accordo.

Nel rispetto della procedura menzionata venne elaborato un piano di adesione composto da 33 capitoli da negoziare e approvare e riguardante ambiti sia prettamente economici, quali la libera circolazione dei capitali, la regolamentazione degli appalti pubblici o il diritto societario, sia di stampo maggiormente sociale, quali la politica sociale e di occupazione, l’ambito dell’educazione e della cultura e gli ambiti della giustizia, della libertà e della sicurezza.

I negoziati continuarono, a partire dal 2005, con numerosi momenti di tensione. In particolare nel 2006 l’Austria accettò, su richiesta di Cipro, di bloccare alcuni capitoli dei negoziati affinché la Turchia adempisse alle richieste di liberazione del territorio cipriota ancora occupato.

Nel 2015 il Parlamento Europeo ha dichiarato lo stallo di numerosi capitoli nella risoluzione sul “Progress Report 2014” della Commissione Europea. In particolare il Parlamento Europeo ha rilevato l’esistenza di numerosi veti reciproci che renderebbero impossibile proseguire i negoziati.

Ad oggi sono state aperte le trattative unicamente su 16 capitoli su un totale di 33 ed è stata possibile la chiusura di uno solo di essi.

Le recenti riforme costituzionali della Turchia e le numerose dichiarazioni del presidente Erdogan rendono improbabile la possibilità di una ripresa delle trattative nel senso dell’adesione della Turchia all’Unione Europea.

In particolare la riforma costituzionale promossa da Erdogan ed approvata con referendum il 16 aprile 2017 difficilmente potrà essere considerata conforme agli standard democratici richiesti dall’Unione Europea ai propri paesi membri. La concentrazione eccessiva di potere nelle mani del presidente rende difficile una separazione dei poteri e l’indipendenza del potere legislativo e della magistratura, entrambi requisiti necessari per evitare una deriva autoritaria. Le critiche alla riforma sono state numerose soprattutto da parte di commentatori esteri. L’organizzazione non governativa Human Rights Watch ha dichiarato il 18 gennaio 2017 che tale riforma costituisce “una grande minaccia per i diritti umani, lo stato di diritto e il futuro democratico del paese”.

Il Consiglio d’Europa ha dichiarato che le misure adottate dal presidente “non combaciano con i principi adottati dall’organizzazione” di cui la Turchia fa parte. Il riferimento è ai principi della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), alla quale la Turchia ha aderito il 4 novembre 1950, in quanto Stato membro del Consiglio d’Europa. Inoltre sul contenuto della riforma venne incaricata di pronunciarsi la Commissione di Venezia, organo del Consiglio d’Europa il cui scopo è fornire ai paesi membri una consulenza giuridica volta alla protezione dei diritti umani e della democrazia, la quale dichiarò che le modifiche costituzionali costituiscono una “minaccia per la democrazia”. Sulla base del report prodotto dai lavori della Commissione di Venezia, il Consiglio d’Europa ha dichiarato: “mentre è diritto dei cittadini turchi scegliere il proprio sistema politico, è dovere della Turchia garantire che ogni revisione della costituzione sia aderente ai principi fondanti del Consiglio e, in quest’ottica, nutriamo forti perplessità”.

Le dichiarazioni più recenti da parte di diversi capi di Stato europei ed esponenti della politica sembrano proseguire nella direzione di un costante allontanamento tra i due fronti. È da evidenziare l’intervista rilasciata da Emma Bonino a Paolo Valentino, Corriere della Sera, il 6 novembre 2016. L’ex ministro degli Esteri sottolinea che “i segnali della svolta autoritaria in Turchia si accumulano da anni, ma certamente l’ultima escalation, con l’arresto dei leader del principale partito curdo, suggerisce che Erdogan taglia i ponti con l’Europa e l’Occidente. Preso da due guerre, una interna e l’altra esterna ma entrambe collegate alla questione curda, egli sceglie una strada in fondo alla quale c’è une regime dittatoriale”.

Un ulteriore allontanamento è stato causato a marzo 2017 dalla crisi diplomatica tra Turchia e Olanda, prodottasi a causa dell’espulsione dall’Olanda del ministro turco della famiglia e del rifiuto di permettere l’organizzazione di un comizio che il ministro degli esteri turco avrebbe dovuto tenere a Rotterdam in vista del referendum costituzionale turco. La Turchia aveva pesantemente attaccato non solo l’Olanda, ma l’intera Unione Europea, accusandola di essersi schierata a favore del paese membro e di applicare “in modo selettivo i valori democratici, dei diritti fondamentali e delle libertà”. In una nota il ministro degli esteri turco aveva dichiarato che “le dichiarazioni dell’UE, invece di fare pressioni sui Paesi che violano le norme e gli accordi diplomatici, chiedono al nostro paese di astenersi da affermazioni eccessive e da azioni, spianando così la strada alla xenofobia e a mosse contro la Turchia”.

Anche in riferimento alla procedura di adesione non sono mancate dichiarazioni e prese di posizione. Il capo di stato turco Erdogan, ha dichiarato, il 2 maggio 2017, che “se Bruxelles non aprirà nuovi capitoli dei negoziati di adesione, la Turchia non cercherà più di far parte dell’UE”. Il messaggio è stato ribadito in un discorso pronunciato davanti ai deputati della Grande assemblea nazionale turca di Ankara il 3 ottobre 2017. Qui Erdogan ha dichiarato che “la Turchia non ha bisogno dell’Unione Europea”. Si tratta tuttavia di una dichiarazione da relativizzare, in quanto Erdogan continua a porsi come un promotore della prosecuzione dei negoziati di adesione. Nello stesso discorso ha infatti dichiarato che “esiste solo un modo per l’UE per venirci incontro, ossia rendere la Turchia un paese membro dell’UE”.

Al di là delle dichiarazioni rilasciate, che spesso sono motivate da ragioni di ordine interno, quale per esempio l’ottenimento di approvazione da parte dell’opinione pubblica, e non da intenti politici ragionati, è da rilevare la necessità che i legami tra Turchia e UE rimangano.

Dal punto di vista turco, infatti, il 50% del commercio estero è con Stati europei, così com’è europeo il 70% dei capitali esteri che confluiscono in Turchia. D’altro canto l’Unione Europea ha interesse a influire sulle politiche interne della Turchia dal punto di vista della gestione e del controllo delle rotte migratorie, sul controllo delle zone siriane al confine con il paese e sul controllo delle basi militari NATO presenti sul territorio turco.

La Turchia si trova al momento in una situazione diplomatica complicata nei confronti di più Stati. L’ultima dimostrazione di questa complessità è data dalla recente invasione da parte delle forze militari turche di una parte del territorio a Nord della Siria. La presenza militare turca, scollegata in questo caso dalle azioni della coalizione internazionale operante in Siria per combattere lo Stato Islamico, è stata vissuta come una violazione della sovranità siriana da parte del presidente siriano Assad, il quale ha richiesto l’immediato ritiro delle truppe. D’altra parte, le reazioni internazionali sono state di relativa indifferenza. In particolare la Russia, attualmente occupata a livello diplomatico nell’organizzazione della Conferenza di Soči, è rimasta silenziosa sull’argomento, sintomo del fatto che probabilmente non solo non interverrà per contrastare le truppe turche ma non condannerà nemmeno l’atto. La Russia ha a sua volta interesse a mantenere rapporti positivi con la Turchia, includendola così nella sua area di controllo e allontanandola dalla sfera di influenza statunitense, e i rapporti tra i due paesi, ristabilitisi recentemente e con difficoltà, sono messi a dura prova già dal riconoscimento concesso ai curdi da parte della Russia di un posto al tavolo di Soči. La Russia tenterà probabilmente di mantenere la maggiore stabilità possibile nella zona con la minore compromissione raggiungibile a livello di relazioni diplomatiche.

Dall’altro lato dell’oceano, anche gli Stati Uniti cercano di imporsi maggiormente. Essi assicurano alla Turchia sostegno militare ed economico, ma non si sono pronunciati positivamente sulle richieste avanzate da parte della Turchia in riferimento all’ottenimento del controllo di una parte dei territori siriani. Il maggior interesse turco è riuscire a creare al proprio confine con la Siria una zona non controllata dai militanti curdi, i quali sono in prima linea ormai da anni nella guerra in Siria e avanzano sempre più richieste relativamente alla possibilità di governare la regione. In seguito alla collaborazione militare avviata tra Stati Uniti ed esercito curdo, l’influenza degli Stati Uniti sulla Turchia è andata diminuendo. Tuttavia il governo americano non si è mai pronunciato dichiaratamente a favore della creazione di uno Stato curdo. È quindi ipotizzabile che, qualora fosse necessario schierarsi nettamente a favore della Turchia o del popolo curdo, gli Stati Uniti scelgano la Turchia.

Nel quadro sopra descritto l’Unione Europea ha un ruolo e un’influenza marginale. Una prosecuzione dei negoziati di adesione sarebbe certamente favorita dagli Stati Uniti, in quanto rientrerebbe nei loro interessi, ma la posizione attuale della Turchia è positiva per la Turchia stessa, la quale può continuare a mantenere alleanze diverse con Paesi in contrasto l’uno con l’altro, cercando di ottenere i maggiori benefici possibili da ognuno di loro prima di scegliere definitivamente uno schieramento. È quindi molto più probabile che le relazioni UE-Turchia restino invariate nel prossimo futuro o, tutt’al più, potrebbero indirizzarsi verso accordi economici e commerciali di altro tipo. Sono di rilevare infatti le ultime dichiarazioni non ufficiali provenienti da Bruxelles, secondo le quali “allo stato attuale non c’è alcuna possibilità di far avanzare i negoziati”, nonostante la richiesta in senso contrario avanzata da Erdogan nei giorni scorsi. Si evidenzia inoltre l’intervista rilasciata dal presidente Erdogan a Maurizio Molinari per LaStampa, il 4 febbraio 2018. In tale intervista il capo di Stato turco sottolinea la sua volontà di proseguire con i negoziati di adesione, in particolare sostiene che “la Turchia ha ottemperato ai suoi obblighi di Stato-candidato […]. Anche l’UE deve fare la sua parte, a cominciare dal mantenere le promesse fatte” riferendosi al fatto che “l’UE blocca l’accesso al negoziato e lascia intendere che la carenza di progressi dipenda dalla Turchia” e aggiunge “ci aspettiamo che l’UE rimuova il più presto possibile ogni ostacolo artificiale alla nostra adesione, assumendo un approccio costruttivo”. Inoltre egli rifiuta fermamente qualsiasi alternativa di cooperazione diversa dalla procedura di adesione dichiarando che “desideriamo la piena adesione all’UE. Altre opzioni non ci interessano”.

Nella direzione di una cooperazione commerciale si pongono invece le recenti dichiarazioni del Presidente della Repubblica francese, Macron, il quale durante un incontro con il Presidente Erdogan tenutosi a gennaio 2018 a Parigi ha dichiarato la necessità di uscire dalla situazione di ambiguità e ipocrisia che ha finora caratterizzato le relazioni UE-Turchia, aggiungendo che “bisogna vedere se non possiamo ripensare questa relazione non nel quadro del processo di integrazione ma forse di una cooperazione, di un partenariato con la finalità di garantire l’ancoraggio della Turchia e del popolo turco all’Europa”. Le prospettive future dovrebbero probabilmente indirizzarsi verso una cooperazione rafforzata tra le due parti in gioco, in quanto sembra sempre più improbabile un ravvicinamento di ideali e principi tra Turchia e UE, anche a causa delle riforme indirizzate a una maggiore islamizzazione del paese turco, in netto contrasto con la politica di secolarizzazione avviata da Ataturk negli anni ’20 del secolo scorso e proseguita durante il ‘900. 

Bibliografia:




Diritti umani e sicurezza nel Mediterraneo e nei Balcani. L’Agenda della Presidenza italiana dell’OSCE.

OSCE SMM monitoring the movement of heavy weaponry in eastern Ukraine

Il 22 gennaio il Circolo dei Lettori ha ospitato un dibattito sulla Presidenza italiana dell’OSCE e la sua Agenda.

Due saranno le principali linee di azioni dell’Italia durante il 2018: il Mediterraneo e i Balcani. L’Italia è da sempre un partner privilegiato per motivi geografici, storici, culturali ed economici, in particolar modo per la regione balcanica.

In via preliminare è necessario definire l’azione dell’OSCE. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa svolge un ruolo cruciale per sostenere la pace, la sicurezza e la stabilità in Europa e nel mondo, attraverso due binari interpretativi: da un lato, un forum di dialogo istituzionale e, dall’altro, le attività di cooperazione pratica, al fine di costruire e rafforzare la sicurezza. Il termine sicurezza deve essere inteso in senso lato. La sicurezza, infatti, nella post-modernità, può essere garantita solo attraverso un’azione solidale degli Stati, soprattutto a causa del fatto che non esistono più guerre definibili come locali “in senso stretto”. Le guerre attuali producono sempre degli effetti oltre i loro confini, nel mondo globalizzato.

L’ampiezza della membership rende inoltre l’OSCE la più grande organizzazione regionale per la sicurezza.

Il partenariato OSCE sul Mediterraneo vede coinvolti i Paesi del Nord Africa, ad esclusione della Libia, e alcuni attori statali del Medioriente. Le problematiche principali della regione risultano essere legate al terrorismo e all’immigrazione, tale per cui sarebbe necessario infondere in tutta l’area lo “spirito di Helsinki”. Assodata la questione che non si debba parlare esclusivamente delle “primavere arabe”, è necessario sempre più coinvolgere la sponda sud del Mediterraneo nell’azione di vicinato dell’Unione Europea. Tutto questo rientra nella strategia sul “Mediterraneo globale” che vede sempre più attori extra europei, ad esempio la Cina, come interessanti delle vicende dei quest’area.

La cooperazione è ad amplissimo raggio. Conseguentemente alcuni temi trattati dall’OSCE vanno a sovrapporsi ad azioni promosse da altri attori internazionali. In quest’ottica sarebbe auspicabile un ritorno alla missione originaria dell’OSCE, in particolare la cooperazione per la prevenzione dei conflitti.

L’azione dell’OSCE nei Balcani rappresenta un nodo cruciale per la sicurezza del continente, in primo luogo tenendo in considerazione della “pausa nell’allargamento” dell’Unione Europea verso la regione, indetta da Jean-Claude Junker nel 2014. I Balcani, infatti, manifestano, pur nelle differenze tra caso e caso, difficoltà nel rispondere alle richieste dell’Unione Europea, innanzitutto per la loro debolezza istituzionale.

L’emergere di nazionalismi allontana la prospettiva di democrazie stabili, a favore di forme di “autoritarismo competitivo” o “democrazie illiberali”. Questo stato delle cose è ulteriormente aggravato da persistenti problemi di natura economica in tutti i Paesi della regione, enfatizzati dalla disoccupazione, soprattutto giovanile.

Ciò che rende unico l’operato dell’OSCE nella regione è, innanzitutto, lo stesso principio di sicurezza omnicomprensiva che ne ispira l’operato. Le missioni sul territorio lavorano a stretto contatto con la società civile al fine di garantirne rappresentatività ed inclusione. In particolare, si ricordano le missioni per la cyber security, il controllo delle frontiere e il governo dei flussi migratori, lo sviluppo delle istituzioni democratiche, attraverso il monitoraggio delle procedure elettorali.

In conclusione, sarebbe necessario interrogarsi su quale valenza abbia il modello OSCE oggigiorno in quanto non riesce a funzionare nemmeno più al suo interno (vedasi la crisi in Ucraina). Questo è dovuto principalmente al processo decisionale interno all’organizzazione. L’unanimità da un lato permette di rassicurare tutti i Paesi partecipanti da eventuali accordi intergovernativi, ma dall’altro tale meccanismo è molto complesso e richiedere tempistiche non sempre adeguate alle necessità.




Uso della Forza e Cyber attacks: come far fronte ad una crescente minaccia?

Data Security BreachL’utilizzo delle tecnologie informatiche e delle telecomunicazioni nello spazio cibernetico per fini paragonabili a quelli bellici è ormai una realtà. Gli attacchi, lungi dall’essere semplici attività di “disturbo”, mirano il più delle volte a colpire gli apparati di sicurezza e i settori più sensibili di un Paese. Ciò ha portato gli Stati ad attrezzarsi tecnicamente e giuridicamente per affrontare al meglio tali minacce, prendendo anche in considerazione l’uso della forza armata: il caso dell’UE e della NATO ne sono un esempio.

“The Parties agree that an armed attack against one or more of them in Europe or North America shall be considered an attack against them all and consequently they agree that, if such an armed attack occurs, each of them, in exercise of the right of individual or collective self-defence recognised by Article 51 of the Charter of the United Nations, will assist the Party or Parties so attacked by taking forthwith, individually and in concert with the other Parties, such action as it deems necessary, including the use of armed force, to restore and maintain the security of the North Atlantic area.

Any such armed attack and all measures taken as a result thereof shall immediately be reported to the Security Council. Such measures shall be terminated when the Security Council has taken the measures necessary to restore and maintain international peace and security”.

É con queste parole che l’art. 5(1) del Trattato NATO (North Atlantic Treaty Organization 1949) definisce la c.d. “mutual defence clause” ovvero il principio secondo il quale ogni attacco armato contro uno Stato Membro deve essere considerato come un attacco diretto contro l’insieme delle Parti tale da condurre, se le condizioni lo prevedono, anche all’utilizzo della forza armata, individuale o collettiva. L’articolo è tornato alle cronache quest’estate quando, in seguito agli eventi che hanno riguardato la crisi russo-ucraina, il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha affermato che anche un “cyber attack” potrebbe innescare l’art. 5 del Trattato nella stessa maniera di un attacco militare convenzionale.

Tale presa di posizione ha portato anche l’Unione Europea a mobilitarsi. Il 19 giugno 2017 infatti, il Consiglio dell’Unione Europea ha adottato il “Cyber Diplomacy Toolbox” (The draft Council Conclusions on a Framework for a Joint EU Diplomatic Response to Malicious Cyber Activities) il quale, una volta approvato, potrà coordinare le attività di risposta degli Stati Membri dell’UE in caso di cyber attack. Tale Framework prevede inoltre la possibilità per gli Stati, tra le eventuali forme di risposta, che qualora sotto attacco, possano esercitare il loro “inherent right of individual or collective self-defence”.

La posta in gioco è estremamente alta. L’eventualità che si possa reagire con la forza armata ad un attacco informatico sembra farsi sempre più concreta in quanto risposta alle continue tensioni a livello internazionale che vedono un utilizzo sempre maggiore del cyberspazio come mezzo offensivo. Non solo più a fini di spionaggio, ma addirittura per bloccare o paralizzare sistemi strategici per un paese quali aeroporti, siti governativi e sistemi di sicurezza. Tuttavia, anche se il linguaggio giornalistico e politologico fa un ampio uso del termine “guerra” e “attacco” in maniera indistinta, la situazione risulta essere molto più complessa. Il Manuele di Tallin sul Diritto Internazionale applicabile alla Cyberwarfare, descrive il cyber-attack come “a cyber operation, whether offensive or defensive, that is reasonably expected to cause injury or death to persons or damage or destruction to objects”. Nello specificio, ciò che più preoccupa attualmente gli Stati è la Cyberwar ovvero l’utilizzo di mezzi informatici che possa indurre al ricorso della forza armato in quanto si configurerebbe come “asymmetric, non-linear and next-generation warfare”.

Non tutti i casi in cui sia coinvolto un sistema informatico si possono configurare come Cyberwar. Utilizzare la giusta terminologia è estremamente importante nell’ambito, infatti un suo uso scorretto può portare a gravi distorsioni concettuali e a confondere, per esempio, un atto di guerra con un’attività criminale. Esistono diverse categorie di minacce che possono colpire gli Stati e in dottrina si distinguono a seconda dell’impatto che hanno e degli obiettivi che perseguono: Hacktivism, Cybercriminality, Cyberspionage, Cyberterrorism, Cyberwar sono gli esempi principali. La cyber guerra, data la rilevanza che oggi hanno i sistemi informatici sul sistema-paese, alcuni autori ritengono che debba essere equiparata alle altre tre forme di guerra che tradizionalmente costituiscono la materia, ovvero la guerra terrestre, la guerra marittima e la guerra aerea.

Ammesso tuttavia che ci si trovi di fronte ad un attacco armato, come -ed entro quali limiti-, può reagire uno Stato? Prima dell’istituzione della Società delle Nazioni (1919) gli Stati beneficiavano di un illimitato ius ad bellum, ovvero del diritto di ricorrere alla guerra come mezzo di soluzione delle controversie. Il c.d. ius in bello invece, era chiamato a disciplinare le regole del diritto bellico in senso stretto.

La Carta delle Nazioni Unite (1945) tuttavia ha definitivamente abolito la possibilità di muovere guerra. Focalizzandosi sul concetto di “forza” la Carta prevede all’art. 2, par. 4, un divieto generico di ricorso alla forza armata, e all’art. 51 un’eccezione, costituita dalla legittima difesa individuale e collettiva. Ed è proprio nei limiti che pone la Carta nel vietare la minaccia o l’uso della forza armata, che risulta fondamentale capire se l’utilizzo di mezzi informatici, come l’UE e la NATO sembrano considerare dei documenti precedentemente citati, possa configurarsi come una violazione dell’art. 2, par. 4, della Carta.

Ma è proprio la definizione di “attacco armato” a sollevare i maggiori dubbi, specialmente nell’ambito degli attacchi informatici a causa delle difficoltà che si riscontrano nel momento dell’attribuzione della condotta. Chi materialmente lo ha provocato? Uno Stato? Un’organizzazione criminale oppure individui privati? E inoltre, nella definizione del danno causato e dei suoi fini, l’obbiettivo era quello di danneggiare il Paese nel suo complesso o solo alcune parti di esso?

Per quanto sia difficile trovare una risposta univoca, data la molteplicità di tipologie e di forme con cui si caratterizza una attacco informatico, la definizione di “attacco” sembra basarsi sulla dottrina prevalente. Il criterio fondamentale è quello emerso nel famoso caso Nicaragua v. United States (1986), nel quale l’ICJ stabilì che per distinguere un attacco armato da un “mere frontier incident” bisognasse costatare la “scale and effects” del medesimo. Al netto della difficoltà pratica dell’applicazione di tale definizione in caso di attacco da parte di uno Stato, quest’ultima stabilisce tutt’ora un principio cardine, ovvero: “an isolated minor incident which, by the manner in which it takes place, cannot be mistaken for a threat to the safety of the State would not qualify as armed attack under Art. 51 UN Charter” (Oxford Public International Law).

Tale definizione, per quanto ampia e generica, non è sufficiente a risolvere la questione se ci si trovi di fronte ad un’azione comparabile ad un attacco armato e dunque vietata dall’art. 2, par. 4 della Carta delle Nazioni Unite. Pur rappresentando un importante parametro di riferimento, non prende infatti in considerazione il tipo di arma che viene utilizzata. Successivamente agli attacchi del 9/11, ci si è interrogati molto se le definizioni di arma potesse valere anche per situazioni che fino ad allora non erano ancora state prese in considerazione: come considerare un “highjacked civil airliners”?

Gli attacchi terroristici di New York furono compiuti essenzialmente con questo mezzo che di fatto ebbe il medesimo risultato dell’utilizzo di armi convenzionali quali, bombe o missili. Non è né il normale uso né la destinazione che devono essere prese in considerazione, quanto piuttosto “the intent with which it is used and its effect”. Da ciò si deduce che anche un attacco informatico, allorquando soddisfi alcuni condizioni quali una considerevole perdita di vite umane e/o un’estensiva distruzione materiale e fisica, debba essere considerato come un attacco armato. L’ “effect based approach” (Roscini, 2010), sviluppatosi sotto l’impulso del terrorismo internazionale, è ad oggi il medesimo con cui si cerca di dare una sistematizzazione alla materia che come si è potuto vedere, soprattutto in ambito di attacchi informatici, risulta ancora molto frammentata e controversa.

Ad esempio, un attacco informatico che pregiudichi il sistema economico-finanziario di un paese, o che danneggi gravemente gli impianti di produzione energetica, dovrebbe essere considerato come una condotta lesiva del principio del non intervento. Al contrario, comporterebbe una violazione dell’art. 2, par. 4, una manipolazione dei sistemi informatici nel caso in cui comporti il bombardamento di un altro Stato territoriale (Ronzitti, 2014). Ancora, la messa fuori uso dei computer che controllano dighe o invasi artificiali con il fine di provocare la morte di migliaia di persone (Dinstein, 2005), oppure l’accecamento dei sistemi di difesa dell’avversario, situazione che potrebbe rappresentare di per sé un attacco o far presumere che l’attacco sia imminente (Roscini, 2016). In conclusione, come abbiamo precedentemente visto, “l’attacco cibernetico dovrebbe provocare in effetto cinetico, quali la distruzione di beni o l’uccisione/ferimento di persone, per poter essere considerato come una violazione del divieto di ricorso alla forza armata”. (Ronzitti, ibidem).

I passi intrapresi, da parte sia delle NATO che dell’UE, sono significativi riguardo l’attenzione che su tali questioni è riposta dalla comunità internazionale. La tematiche è estremamente sensibile e di stringente attualità soprattutto dopo le recenti rivelazioni sulle azioni intraprese dalla Russia e dalla Corea del Nord: la guerra cibernetica è così diventata un’ipotesi concreta alla quale far fronte e non solo più il titolo di un film di fantascienza.

Bibliografia

  • DINSTEIN Y., “The conduct of Hostilities under the law of international armed conflict”, Cambridge: Cambridge University Press, 2004.
  • GREPPI E., VENTURINI G., “Codice di diritto internazionale umanitario”, Torino, G. Giappichelli Editore, 2012.
  • RONZITTI N., “Diritto internazionale dei conflitti armati”, Torino, G. Giappichelli Editore, 2014.
  • ROSCINI M., “Cyber operations and the use of force in international law”; Oxford : Oxford University Press,
  • WELLER M., “The Oxford Handbook of the Use of Force in international law”, Oxford, Oxford University Press, 2015.

Sitografia